Il cielo in una stanza – un progetto antropologico di RFL

C’è una canzone di Gino Paoli che parla di come uno spazio ristretto possa diventare un intero universo. “Il cielo in una stanza”, appunto: quattro mura che si espandono e diventano qualcosa di più grande. Non è un caso che questo titolo sia stato scelto per battezzare un progetto nato all’interno delle strutture di Recovery for Life.

A raccontarci come è nato e come si è sviluppato “Il cielo in una stanza” sono Rebecca Daniotti e Margherita Rossi, le due antropologhe che hanno ideato e condotto il progetto.

Da dove nasce l’idea?

Rebecca Daniotti: Il progetto nasce dall’incontro di due esigenze diverse. Da un lato c’era una richiesta che veniva dall’équipe di lavorare con i ragazzi in gruppo, che tra l’altro è uno degli strumenti più tipici dell’antropologia. Dall’altro lato c’era una naturale continuità con quello che stavamo già facendo: lavorare sugli oggetti, sulla materialità, su come le cose fisiche portino significati. A quel punto ci siamo chieste come potessimo portare questa attenzione alla materialità anche in una dimensione di gruppo. La risposta è arrivata pensando agli spazi. Gli spazi sono materiali, sono presenti e influiscono grandemente il modo in cui noi percepiamo e abitiamo determinati contesti e quindi ci interessava indagare come i ragazzi significassero lo spazio in cui erano inseriti.

Margherita Rossi: Vale la pena sottolineare che non siamo partite dal presupposto che lo spazio dove erano fosse definito da loro come “comunità”. Ci siamo arrivati gradualmente, quindi abbiamo lavorato proprio nel dare un nome al posto, comprendere che significati gli attribuivano e che parole vi associavano. Abbiamo anche cercato di capire cosa si intendeva come posto, quindi se effettivamente la materialità e la spazialità del luogo vanno a strutturare le dimensioni in cui viviamo.

Quali erano gli obiettivi del progetto?

Rebecca Daniotti: Gli obiettivi che ci eravamo date erano molto chiari. Volevamo raccogliere e valorizzare i significati che i ragazzi attribuivano agli spazi. Volevamo esplorare come lo spazio viene vissuto quotidianamente, sia nei suoi aspetti materiali che simbolici. E volevamo capire come i ragazzi costruiscono il senso di sé in relazione al contesto in cui vivono: come si collocano, come si definiscono, come immaginano il fuori a partire dal dentro.

Margherita Rossi: Volevamo anche comprendere come le regole della struttura influenzano la costruzione del sé, soprattutto in un contesto fortemente normativo come una comunità terapeutica. E poi c’era l’obiettivo di creare un rapporto di reciprocità tra i pari, con noi come facilitatrici.

Come si è strutturato concretamente il lavoro?

Margherita Rossi: Il laboratorio individuale partiva dalla stanza del ragazzo, il suo spazio più intimo all’interno della struttura. Poi abbiamo allargato progressivamente lo sguardo: abbiamo parlato degli spazi comuni, e poi del fuori: il territorio, il quartiere, la città. Nel caso della comunità di Limbiate, per esempio, abbiamo lavorato sul territorio locale, che è diventato un campo di esplorazione.
Rebecca Daniotti: La cosa che ha funzionato bene, in quella fase, è stato il tempismo. I ragazzi di quel momento erano particolarmente disposti a parlare di luoghi, di dove si sentivano a casa, da dove venivano. C’era una propensione naturale del gruppo verso queste tematiche. Certi progetti funzionano anche perché si iniziano al momento giusto.

Avete anche sottoposto ai ragazzi un questionario, com’è nato?

Rebecca Daniotti: C’era una tirocinante di antropologia, Joy Re Cecconi, che stava lavorando a un progetto universitario sulle forme di abitare collettivo: voleva capire come gli spazi comuni vengono attraversati, cosa significa l’obbligatorietà di condividere certi ambienti. Ha chiesto di somministrare un questionario anonimo ai ragazzi e sono emersi dei dati molto interessanti. A Joy quei dati sono serviti per il suo lavoro accademico. Noi abbiamo cominciato a ragionare su come trasformare quei dati quantitativi in qualcosa di qualitativo. Da lì è nata la possibilità del progetto e la volontà di ampliare il lavoro con 12 incontri, parliamo di 3 mesi di lavoro con strumentazione diversificata.

Di cosa si è parlato nei dodici incontri?

Margherita Rossi: Abbiamo iniziato dall’essenziale: cosa significa spazio, cosa significa luogo, se vedono una differenza tra i due. Sono parole che usiamo spesso come sinonimi, ma che in realtà portano significati diversi. Uno degli strumenti che abbiamo usato sono state le fotografie: scattare immagini di alcuni spazi della struttura e chiedere ai ragazzi cosa pensavano di quegli spazi, cosa sentivano guardandoli. Le fotografie attivano un tipo di riflessione diversa dalla parola diretta.

Le parole dei ragazzi

Durante il primo incontro, ai ragazzi è stato chiesto di associare parole ai concetti di spazio e luogo. Il risultato è stato un grande foglio scritto a più mani in cui è emerso quanto queste parole portassero significati diversi.

Alla parola “spazio” i ragazzi hanno associato: grande, aperto, prato, posto generico, emotivo con una persona, ciò che comprende i luoghi, la galassia, le campagne, il mare, carico di emozioni, cameretta, posto che ti affoga.

Alla parola “luogo” hanno associato: spazio preciso, chiuso, casa, posto determinato, affezionato, pubblico, fisico, dove ci sono gli esseri viventi, qui sulla terra, quartiere, Milano, casa mia, comfort, luogo lontano come se mi stessero raccontando una storia, posto anaffettivo.

In questi elenchi si legge che lo spazio è percepito come vastità, apertura, ma anche pericolo (posto che ti affoga). Invece il luogo è definito in modo più preciso ma anche più affettivo (casa mia, comfort) o al contrario distante (luogo lontano, posto anaffettivo).

Nel secondo incontro, quando ai ragazzi è stato chiesto di associare parole alla comunità in cui vivevano, il quadro si è fatto più netto. Le parole emerse erano: disagio, estraneo, camera, momentaneo, emozioni, bisogni, carico emotivo, amici, rumoroso, regole, fatica, tagliare tutto, supporto, duraturo, casa, chiuso, posto che ti affoga, aperto, contenimento, luogo lontano.
Un elenco denso e diversificato in cui troviamo: “casa” e “luogo lontano” oppure “supporto” e “posto che ti affoga”.

progetto di antropologia di recovery for life

Come sono state raccolte e restituite le loro elaborazioni?

Margherita Rossi: Abbiamo fatto prima una restituzione scritta di quello che era emerso, poi abbiamo chiesto loro come volevano condividere il proprio lavoro con l’équipe. Hanno deciso di fare una mostra. E l’hanno organizzata loro: hanno scelto quali lavori esporre e come presentarli.
Uno dei pannelli della mostra si intitolava “Il fuori: quello che vediamo noi”. I ragazzi avevano rappresentato graficamente il loro rapporto con il mondo esterno visto dall’interno della comunità. Accanto alle immagini c’erano parole come “rinchiusa”, “imprigionata”, “speranza che ci sia qualcosa al buio”, “spaesata”.

I risultati dei laboratori vi hanno sorpreso?

Rebecca Daniotti: Il primo gruppo ci ha decisamente sorpreso perché è andato benissimo. Forse ci ha alzato le aspettative in modo eccessivo, perché dopo avevamo standard molto alti; la seconda volta è andata peggio. Ma è normale: i gruppi sono diversi, i momenti sono diversi.
Una cosa che ha funzionato molto è stato il fatto che Margherita e io non fossimo educatrici. Il laboratorio aveva un significato diverso da quello educativo e questo ha fatto sì che certi ragazzi si aprissero in modo diverso.

Margherita Rossi: Nei vari gruppi ci sono state percezioni molto diverse degli spazi. Rispetto alla comunità, in un centro diurno, per esempio, c’è molta meno sensazione di “prigione” rispetto a una comunità residenziale. Il centro diurno è un luogo in cui ci vai per decomprimere dalla scuola e dalla famiglia e dove trovi persone che stanno passando le stesse cose che stai passando tu. C’è una dimensione di scelta, o almeno di non-obbligo, che cambia completamente il modo in cui si vive quello spazio.

Come è andato il lavoro di gruppo?

Rebecca Daniotti: I ragazzi facevano fatica a coordinarsi nelle attività di gruppo. Quando c’era qualcuno che disturbava il lavoro degli altri, si aspettavano che fossimo noi a intervenire per rimettere ordine e sanzionare. E quando non lo facevamo, si lamentavano. Perché erano abituati a un modello in cui esiste una normatività esterna che regola tutto.

In antropologia, qual è il vantaggio del laboratorio di gruppo rispetto a quello individuale?

Rebecca Daniotti: Ti dà uno spaccato molto diverso. Quando lavori con un singolo ragazzo, conosci il suo punto di vista. Quando lavori con il gruppo, vedi come i punti di vista si confrontano. Emergono cose che nella relazione uno-a-uno non emergerebbero mai.

Margherita Rossi: E poi il fatto che i ragazzi condividano tra pari permette uno scoprirsi reciproco che rafforza il gruppo. Non solo ciascuno impara qualcosa di sé: impara qualcosa degli altri. E questo, in un contesto in cui si vive insieme, spesso sotto pressione, con storie molto diverse sulle spalle, è qualcosa di raro e prezioso.

Nel progetto si affronta anche il tema del rapporto con gli operatori

Rebecca Daniotti: I ragazzi strutturano con gli operatori una relazione profondamente dicotomica. Da un lato li cercano come figure di cura, dall’altro li vivono come detentori di una normatività con cui fanno fatica a rapportarsi.

Margherita Rossi: Quello che è emerso con più forza, nelle attività in cui i ragazzi riflettevano sulle regole della comunità e immaginavano la loro comunità ideale, è il non capire il perché di molte delle azioni degli operatori, soprattutto quelle con intento normativo o di sanzionamento.

Avete anche lavorato fisicamente sugli spazi?

Margherita Rossi: Sì, ma in misura limitata perché non sempre è possibile intervenire sugli spazi fisici. La cosa su cui siamo riusciti a intervenire concretamente è stata la rimodulazione della stanzetta relax, che abbiamo sistemato insieme. I ragazzi hanno anche ridipinto i corridoi e personalizzato la porta della loro stanza per sentirsi un po’ più a proprio agio in quegli spazi.

Dal progetto è emerso qualcosa di inaspettato?

Rebecca Daniotti: L’entusiasmo, forse. Non me lo aspettavo… E poi c’è una cosa di cui abbiamo discusso spesso: i ragazzi non erano obbligati a venire. Potevano non partecipare, se non volevano. Se qualcuno arrivava allo spazio e si metteva in un angolo a dormire, o usava il telefono, non era un problema per noi. Ma per gli altri ragazzi sì: si lamentavano che non li riprendevamo. Forse perché sono abituati a un modello educativo in cui esistono regole condivise, ma il nostro spazio funzionava diversamente. Non era uno spazio educativo nel senso tradizionale ed era difficile da comprendere, per alcuni di loro.

I ragazzi hanno espresso desideri concreti?

Margherita Rossi: Sì, e alcuni li abbiamo potuti accogliere. Abbiamo infatti attivato un laboratorio di cucina e un laboratorio di pet therapy. Alcune cose le abbiamo potute trasformare in azioni concrete, altre no. Ma anche solo il fatto che i desideri fossero stati nominati e ascoltati ha avuto un valore.

Avete tenuto altri laboratori di gruppo dopo “Il cielo in una stanza”?

Rebecca Daniotti: Sì. Uno sul mondo digitale che però, contrariamente alle aspettative, non ha colto l’interesse dei ragazzi. Forse perché il digitale è vissuto come qualcosa di personale e non facilmente condivisibile in gruppo.
E poi c’è un laboratorio che stiamo sperimentando per la prima volta nella residenza AdR che si chiama “Noi, loro e gli altri” e che parla di identità. È un laboratorio in cui i ragazzi usano un quadernino per fare attività diverse, legate alla musica, ai racconti, alla quotidianità, con l’obiettivo di capire in che modo le cose di ogni giorno costruiscono e raccontano chi siamo.

Con chi sono stati condivisi i risultati del progetto?

Rebecca Daniotti: Ovviamente con il gruppo dei ragazzi, attraverso la mostra. Ma anche con l’area tecnica e la direzione sanitaria, per lavorare all’implementazione delle modifiche del piano. Ne abbiamo parlato anche al convegno Supereroi Fragili del Centro Studi Erickson. E stiamo cercando di mettere insieme la parte antropologica e quella architettonica: portare questa ricerca in un dialogo con chi progetta e trasforma gli spazi fisici. L’obiettivo è che le voci dei ragazzi contribuiscano a cambiare il modo in cui si pensa agli spazi di cura.

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