Un peluche, una fotografia o un ciondolo possono essere molto più che semplici oggetti. Possono simboleggiare frammenti della nostra storia e rappresentare un ancoraggio per la nostra identità. Partire da qui, dalla materialità delle cose care, è stato il primo passo con cui l’antropologia ha fatto il suo ingresso in Recovery for Life.
Tutto comincia nel 2023, quando Rebecca Daniotti arriva nella struttura di Recovery for Life di Limbiate con un protocollo di ricerca della professoressa Francesca Sbardella dell’Università di Bologna centrato sull’efficacia clinica degli oggetti d’affezione: quegli oggetti che non sono solo oggetti ma contenitori di significato, investiti di valore da chi li possiede. Dopo tre mesi di affiancamento all’équipe, RFL decide di integrare stabilmente la figura dell’antropologa nel proprio staff. Arrivano così anche Midori Ogihara – laureata in scienze antropologiche ed etnologiche alla Università degli Studi di Milano Bicocca con una tesi sulla costruzione identitaria dell’adolescenza – e Margherita Rossi, il cui interesse di ricerca si era concentrato su luoghi di reclusione e salute mentale. Le abbiamo quindi incontrate per capire, attraverso le loro parole, cosa significa portare uno sguardo antropologico dentro una struttura di cura.
Uno spazio diverso
La prima cosa che desideriamo chiarire, parlando con le tre professioniste, è il loro posizionamento all’interno della struttura. Non sono lì per rivestire un ruolo di cura e questo, spiegano, facilita il rapporto con i ragazzi e le ragazze.
«Noi non lavoriamo all’interno di un mandato di cura», dice Margherita Rossi. «Siamo esterne a quel ruolo e a quel contesto, usciamo dalla struttura.» Grazie al mandato esplorativo e di indagine che porta la loro figura a distaccarsi dall’equipe e a stare più a contatto con i ragazzi si crea quella che Rossi chiama una zona d’ombra che, paradossalmente, favorisce una relazione più paritaria: «I ragazzi sanno che con noi non devono necessariamente parlare del loro disagio. Possono esplorare parti di sé che la diagnosi spesso oscura.» Rebecca Daniotti aggiunge che è proprio questa distanza a creare uno spazio narrativo diverso: «Con uno psicologo o psichiatra si porta spesso un vissuto di sofferenza. Con noi si portano nello spazio di narrazione molte altre cose: chi si è stati, chi ci si immagina di diventare, cosa si ama, cosa si teme.»
Il metodo prevede inizialmente un mese di osservazione in cui le antropologhe non si limitano a guardare, ma cercano di essere parte attiva della vita comunitaria, interagendo con i ragazzi e con gli operatori per conoscere l’ambiente dall’interno. Solo dopo iniziano i laboratori individuali. Non si tratta di colloqui, precisa Midori Ogihara «Il laboratorio è uno spazio non definito che riempiamo insieme al ragazzo. In questi spazi emergono cose che talvolta non escono altrove, e questo permette di reindirizzare il percorso del ragazzo anche in direzioni inaspettate.»
Minecraft, manga e case dei sogni
Concretamente, i laboratori possono assumere forme molto diverse. Si parla, si ascolta musica, si scattano fotografie, si gioca. I canali espressivi sono molteplici perché l’obiettivo è trovare quello che per ciascun ragazzo funziona come chiave d’accesso.
«Sono liberi di parlare di quello che vogliono.» racconta Midori Ogihara. «Noi facciamo luce sull’identità: non solo su chi si è adesso, ma su chi si è stati e chi si immagina di diventare. C’è chi si identifica con la patologia, ma c’è anche chi preferisce portare altri elementi della propria vita. Usiamo molto il gioco, la fotografia, il linguaggio musicale. Chiediamo ai ragazzi di portare canzoni che esprimono la loro identità, oppure oggetti che rimandano a persone, momenti, luoghi. Il prossimo incontro con un ragazzo lo passeremo a guardare cosa costruisce su Minecraft. Capita che molti siano appassionati di manga, e lì troviamo terreni comuni.»
Midori Ogihara cita poi un episodio che vale più di molte spiegazioni: «Una ragazza mi ha mostrato la sua casa ideale su The Sims, un videogioco di simulazione della vita quotidiana, e attraverso questo mi ha fatto capire come vede la sua casa attuale e come la immaginerebbe in futuro.» Sono quelli che Rossi chiama ingressi laterali all’identità: percorsi obliqui che spesso svelano più di un colloquio diretto.
Quello che emerge da questi incontri non rimane confinato al laboratorio. Le antropologhe redigono dei report che, come sottolinea Rebecca Daniotti, danno grande spazio alle narrazioni del protagonista: «Non siamo estrattrici di informazioni: forniamo una prospettiva differente che aiuta il clinico, l’educatore o lo psichiatra a vedere il ragazzo nella sua interezza, non solo attraverso la lente della patologia. Aggiungiamo le nostre osservazioni e offriamo una lettura che possa dialogare con quella dell’équipe senza sovrapporsi. L’obiettivo è portare uno sguardo differente, che possa essere utile all’equipe.»
Il peso del contesto culturale e sociale
Il peso del contesto culturale e sociale è enorme e lo è su più livelli. Margherita Rossi indica una prima responsabilità: «l’Italia continua a essere un paese vecchio, incapace di immaginare spazi fisici dove i giovani possano semplicemente stare. I giovani entrano nel dibattito pubblico solo quando accade qualcosa di violento, mai per il semplice fatto di esistere, di giocare, di essere». Rebecca Daniotti aggiunge che non si tratta solo di una questione anagrafica: è proprio la capacità di pensare spazi per i ragazzi che manca.
Questa lettura si intreccia con quella dell’antropologo Ivan Severi – studioso delle trasformazioni sociali, culturali e della marginalità urbana – condivisa dal team di RFL: in un’Italia sempre più anziana, l’aggregazione giovanile viene spesso percepita come minaccia. «C’è una sorta di paura collettiva», osserva Daniotti, «se i ragazzi si ritrovano in gruppo, vengono visti come una devianza.» Rossi individua una polarizzazione speculare nella narrazione mediatica: l’adolescente è o violento (il branco) o triste (il ritirato sociale). Non esiste uno spazio narrativo per l’ordinario.
A questo si aggiunge una dimensione più profonda, che Midori Ogihara porta alla luce: il disagio è sempre culturale. Se un ragazzo cresce in un contesto che lo descrive esclusivamente attraverso la patologia o il pericolo, quella descrizione diventa parte della sua cultura personale, del modo in cui impara a leggere se stesso. È per questo, conclude Ogihara, che il lavoro antropologico acquista senso anche al di là della struttura: perché intercetta qualcosa che viene da fuori, dal modo in cui la società guarda e racconta i propri giovani. Eppure questo modo di raccontare i giovani ha conseguenze anche sul lavoro clinico, e in particolare sul ruolo dell’antropologia all’interno dei servizi. Le tre antropologhe desiderano sfatare il luogo comune che l’antropologia serva soprattutto per i pazienti stranieri. «Vorrei scardinare totalmente questa narrazione culturalizzante», dice Rossi con nettezza «Ridurre il disagio di un ragazzo straniero alla sua cultura d’origine è un errore che va superato. Essere antropologi non significa conoscere tutte le culture: possiamo capire come il ragazzo legge il proprio tempo e il proprio contesto, ma non conosciamo la cultura dei suoi genitori, né come loro la vivono o l’hanno vissuta. Forse, più che “culturalizzare” il sintomo, vale la pena mettere in luce un altro aspetto: la presenza di una cultura familiare di origine diversa da quella del contesto in cui si vive. Ma questa differenza non implica necessariamente disagio o malessere da parte del ragazzo.»
I momenti più belli
Per concludere, chiediamo alle tre antropologhe qual è la parte più bella di questo lavoro. Le risposte arrivano senza esitazione e raccontano momenti precisi.
Midori Ogihara ricorda le parole di un ragazzo al momento delle dimissioni: l’aveva ringraziata per aver permesso, attraverso il laboratorio, di riscoprire parti di sé che non erano mai state guardate da vicino. Rebecca Daniotti racconta invece di una festa di dimissioni in cui un ragazzo aveva elencato, uno per uno, i professionisti che voleva ringraziare per il suo percorso e l’aveva nominata. «È stata la prima volta», dice, «ed è stato molto emozionante.» Ma aggiunge anche quanto sia arricchente, semplicemente, costruire relazioni con gli adolescenti e confrontarsi con il loro sguardo sul mondo.
Margherita Rossi sceglie un’immagine diversa. Ricorda che i laboratori sono facoltativi: i ragazzi scelgono di esserci, e possono scegliere di non esserci. «Quando qualcuno che all’inizio non voleva farlo decide di continuare, anche oltre gli incontri concordati…sono grandi vittorie».
