In un piccolo comune della provincia di Pavia da poco più di un anno è attiva una struttura quasi unica nel contesto italiano. Non è un carcere, non è una comunità educativa tradizionale e non è un centro di salute mentale: rappresenta un’opportunità per ricostruire se stessi offerta ai ragazzi con disagio psichico che hanno commesso reati.
La residenza per autori di reato di RFL si trova a Casteggio e ha aperto le porte il 3 marzo 2025, è una comunità sociosanitaria ad alta intensità sanitaria, che accoglie minori e giovani adulti con disagio psichico, in carico sia ai servizi sanitari sia alla giustizia minorile. Con una capienza di nove posti, ospita al momento ragazzi con età che varia da 14 a 21 anni.
L’assistenza è continua e personalizzata, con percorsi che integrano la dimensione psicologica e neuropsichiatrica con quella educativa e riabilitativa. Un modello che, a prima vista, potrebbe evocare una struttura chiusa nasconde in realtà una filosofia molto diversa, che vale la pena raccontare.
A rendere questo modello raro e necessario è la doppia presa in carico: i servizi sanitari e quelli della giustizia minorile parlano spesso linguaggi diversi e hanno obiettivi diversi, e per questo i ragazzi rischiano di cadere in un vuoto assistenziale.
La comunità di Casteggio, insieme alla comunità “La Breccia” di Botticino, in provincia di Brescia, si inserisce in un progetto sperimentale che prova a colmare quel vuoto, integrando in un unico percorso queste due dimensioni.
Un percorso strutturato e personalizzato
Il percorso dei ragazzi nella comunità di Casteggio dura dai 9 ai 12 mesi e si articola in tre fasi: un primo mese di osservazione e colloqui per definire il progetto riabilitativo personalizzato, seguito da una presa in carico intensiva con verifiche mensili e un momento finale, in cui il giovane viene accompagnato verso la dimissione
“La nostra comunità nasce come un percorso di transizione: i percorsi durano dai 9 ai 12 mesi al massimo” spiega Daniela Labattaglia, coordinatrice clinica della comunità. “Al momento dell’ingresso i ragazzi hanno già una data di dimissioni, perché il periodo trascorso in comunità deve essere orientato verso percorsi successivi in contesti assistenziali anche meno intensivi. Le dimissioni vengono sempre concordate con la rete di professionisti coinvolti nel percorso, con il ragazzo e con la famiglia. La costruzione di un progetto di assistenza territoriale è fondamentale sia per il ragazzo sia per il contesto familiare”.
La comunità non si sceglie, ma si può scegliere come abitarla
“I ragazzi che arrivano da noi spesso ci dicono che in carcere era più facile. Si ritrovano in una comunità che è un luogo imposto, non scelto” racconta Daniela Labattaglia. “Il lavoro che facciamo è convincerli che, anche se non possono scegliere il posto né la misura per cui si trovano in comunità, possono scegliere come affrontare il percorso”.
Il primo impatto, per chi arriva, è spesso di diffidenza o di resistenza aperta. Molti dei ragazzi provengono dall’Istituto penale minorile, altri arrivano direttamente dal proprio domicilio, come accade per i casi di maltrattamento in famiglia. Queste ultime sono, probabilmente, le situazioni più traumatiche dal punto di vista psicologico, come spiega la coordinatrice: “Al mattino si svegliano pensando di andare a scuola e invece vengono portati in comunità, dove trovano noi che gli spieghiamo le regole. Attivare in loro una motivazione diventa la vera sfida”.
Eppure anche nei ragazzi che arrivano con un atteggiamento aggressivo verso gli operatori, la fragilità è evidente per chi sa guardarla. Lo sottolinea con forza Alberto Sala, coordinatore di struttura ed educatore con una lunga esperienza nel sistema della giustizia minorile: “Il reato è una sorta di cornice. Dentro la cornice c’è la persona. E molto spesso ci vuole tempo per agganciare il ragazzo, per non diventare noi stessi una replica di quei genitori che, di fronte a un ragazzo che non si alza la mattina, non fa niente e risponde male, gettano la spugna”.
Curare senza etichettare: la sfida dell’équipe multidisciplinare
I giovani accolti nella comunità presentano disturbi complessi, caratterizzati da impulsività e aggressività, diagnosi come ADHD o disturbo oppositivo provocatorio, condizioni per le quali è fondamentale un intervento tempestivo per supportare il funzionamento e prevenire la cronicizzazione.
Per affrontare in modo efficace queste situazioni, RFL ha scelto un modello trasversale, in cui ogni professionista porta la propria competenza, ma condivide anche la quotidianità dei ragazzi.
“Persino la signora che viene a fare le pulizie ha un impatto educativo sui ragazzi. Non è raro che si confidino proprio con lei. E questo va riconosciuto da parte di tutta l’équipe” osserva Alberto Sala.
Uno dei nodi più delicati, sottolineato con forza da Sala, è il rischio di ridurre il ragazzo alla sua diagnosi o al suo reato. È una trappola in cui anche gli operatori più esperti possono cadere, spesso senza accorgersene: “Come educatori non siamo esenti dal rischio di essere condizionati dal reato, dalla situazione psichiatrica dei ragazzi, e non raramente rischiamo di diventare testimoni che ricordano a questi ragazzi la loro condizione. A volte partiamo con un pensiero preconfezionato sul ragazzo, ed è molto facile ricadere nell’etichettamento, partendo dalla diagnosi e finendo con la diagnosi, senza avere la pazienza e la saggezza di saper accompagnare. Questo ci condiziona enormemente a livello educativo e, soprattutto, complica la vita ai ragazzi”.
Le risposte a questo rischio del modello adottato a Casteggio sono la formazione continua e la coesione dell’équipe, non per costruire certezze, ma per imparare a mettere in discussione quelle già acquisite.
Lavorare sull’identità: il ruolo centrale dell’antropologia
Uno degli aspetti più originali del modello RFL è l’integrazione sistematica dell’antropologia nel lavoro dell’équipe multidisciplinare della comunità. Due antropologhe, infatti, lavorano fianco a fianco con gli altri professionisti per ricostruire le storie di vita dei ragazzi accolti nella residenza, portando uno sguardo differente: non hanno un ruolo di cura ma cercano di capire la visione del mondo dei ragazzi, a cosa danno senso e a cosa sentono di appartenere. In questa ottica, le antropologhe hanno condotto un laboratorio di gruppo di tre mesi sul senso di appartenenza e sulla costruzione dell’identità. L’attività è stata presentata come uno spazio libero, in cui qualsiasi contributo – seppur nel rispetto reciproco – è stato accolto. I ragazzi hanno mostrato come gli aspetti che compongono le nostre identità siano molteplici, tra gli altri aspetti, la riflessione identitaria è passata attraverso la narrazione dei luoghi d’affezione: le piazze, i quartieri e le stazioni non sono semplici luoghi fisici, sono spazi in cui si costruirsi un’identità sociale.
Daniela Labattaglia racconta come la comunità provi a offrirsi come uno spazio alternativo con la stessa carica simbolica. Un esempio significativo è quello del murales realizzato dai ragazzi: “Il murales ritrae le iniziali del primo gruppo di giovani accolti nella comunità, e ha fatto sentire loro di appartenere a qualcosa. È curioso: anche quando erano arrabbiati e lanciavano le sedie, il murales non è mai stato toccato”. Un atteggiamento che riconosce il valore di un segno di sé lasciato volutamente e riconoscibile.
Gli obiettivi del lavoro criminologico
All’interno dell’équipe opera anche una criminologa, il cui lavoro è accompagnare i ragazzi verso una consapevolezza del danno arrecato e della propria responsabilità. Il primo passo, per molti di loro, è comprendere la propria posizione giuridica e accettare di essere i diretti responsabili del proprio agito.
È stata condotta una ricerca che ha dipinto un quadro realistico della situazione. I ragazzi accolti nella comunità presentano un’elevata complessità a livello psicopatologico, un basso livello di funzionamento globale e una qualità della vita significativamente compromessa. Nei primi mesi, anche per il cambio di contesto assistenziale e la maggiore libertà di espressione, la gravità del quadro permane, ma già dopo 6 mesi dall’ingresso si registra un miglioramento misurabile in tutti gli ambiti valutati, grazie anche al riorientamento tempestivo dei percorsi di cura e riabilitazione.
Gli allontanamenti verificatisi nel primo periodo sono da leggersi come parte di un percorso dei ragazzi ospitati, che faticano ad accettare la situazione in cui si trovano. Questa criticità è stata affrontata con successo: gli allontanamenti non autorizzati, dopo un picco raggiunto nel periodo estivo, sono stati azzerati nei mesi successivi, grazie a misure strutturali, cliniche e organizzative.
Il traguardo del reinserimento sociale
La comunità per giovani autori di reato di Casteggio lavora sempre con un occhio al futuro. Fin dal primo giorno del percorso l’équipe lavora alla costruzione di ciò che verrà dopo.
Grazie a una rete creata con enti del terzo settore e il territorio di Casteggio, sono stati avviati alcuni percorsi di inserimento sociale e lavorativo: laboratori di ortofrutticoltura, attività di magazzino, informatica, sala bar, cucina, panetteria e pasticceria.
“L’obiettivo della comunità non è tenere i ragazzi chiusi e lontani dal mondo, ma dare loro la possibilità di riprendere in mano la propria vita. L’unico luogo sicuro per questi ragazzi è quello in cui si trasmette un senso di sé” ribadisce Daniela Labattaglia.
Un luogo protetto per tornare a essere qualcuno
La residenza di Casteggio non pretende di risolvere il problema della devianza minorile, ma offre qualcosa di prezioso: uno spazio e una dimensione umana in cui i ragazzi possono smettere di essere soltanto il reato che hanno commesso.
“Quello che proviamo a fare, con fatica ma con estrema gioia, è rendere la nostra residenza un luogo dove potersi esprimere, conoscere, confrontarsi e sentirsi attivi nel processo di costruzione della propria identità” ribadisce la coordinatrice clinica.
La sfida non è facile, ma fondamentale, come sottolinea Alberto Sala:“Per quante proposte educative e terapeutiche si costruiscano, ci sarà sempre il ragazzino che crea problemi, che non vuole aderire, che è polemico. Ed è lì che nasce costantemente la sfida: trovare nuove soluzioni, affinché quella opportunità che gli viene data, che a volte è l’unica, possa davvero rappresentare un cambiamento nella visione della propria vita e di se stesso”.
