Davanti a un figlio che cambia sempre più rapidamente, che sentiamo sempre più diverso e lontano da noi, che usa un lessico differente, ascolta una musica “strana”, ha riferimenti altri rispetto ai nostri, a volte è comune sentirsi spersi, spaesati.
Quando si parla di adolescenti ci si interroga su come rapportarci verso questo magma vivo e sempre attivo, cangiante ed esplosivo. Un figlio cambia, si arrabbia di più, urla, grida, sbatte le porte e si finisce per sentirsi persi e spaesati. Nasce allora spontanea la domanda se, per caso, da qualche parte non esista un manuale, delle istruzioni per l’uso che ci dica cosa fare, una cassetta degli attrezzi con cui, estratti i corretti strumenti, si possa aggiustare quello che era un bambino vivace e sorridente. Insomma, qualcosa che possa placare questo turbinio emotivo che, inevitabilmente, travolge i genitori e con loro chiunque si occupi di educazione.
Ma esiste una “cassetta degli attrezzi” per prendersi cura delle relazioni? Per gestire la tensione che si insinua tra genitori e figli in questa fase della vita?
La risposta non è semplice, richiede un esercizio per nulla scontato, ossia provare a cambiare punto di vista e guardare al conflitto come a momento che è parte integrante e necessaria del progetto di crescita del ragazzo e le complessità che porta con sé, siano una parte integrante e necessaria del progetto di crescita.
Le complessità che questa fase porta con sé, come il rifiuto delle regole, il distacco emotivo, la costante opposizione sono, nella maggior parte dei casi, l’espressione di un bisogno profondo di autonomia e individuazione. La ribellione adolescenziale non è diretta contro la relazione con i genitori in quanto tale, di cui i ragazzi continuano ad avere bisogno e beneficiano, ma è specchio delle modalità attraverso cui il giovane comincia a costruire una propria identità distinta da quella familiare.
Accettare questo processo è tutt’altro che scontato e, spesso, risulta estremamente complesso: il disorientamento che deriva dal trovarsi davanti a comportamenti oppositivi, rifiuto delle regole o atteggiamenti di sfida, può generare impotenza e frustrazione. I genitori si ritrovano ad essere spettatori di dinamiche che non riconoscono, non comprendono e faticano a tollerare e, spesso, ciò si accompagna alla percezione di non avere gli strumenti adeguati per affrontarle.
Questo cambio di rotta, per quanto brusco e improvviso possa apparire, è una tappa evolutiva fondamentale. Come spiega la dottoressa Elisa Fazzi, presidente della Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza (SINPIA) e ordinaria di Neuropsichiatria Infantile presso l’Università degli Studi di Brescia, in un’intervista rilasciata a Repubblica, il conflitto adolescenziale ha una spiegazione neurobiologica: “L’adolescenza rappresenta una fase di straordinaria plasticità cerebrale, caratterizzata da uno squilibrio temporaneo tra sistemi emotivi e sistemi di controllo. Le aree limbiche, responsabili delle emozioni e della ricerca di ricompensa, maturano precocemente, mentre la corteccia prefrontale, deputata alla regolazione degli impulsi e alle funzioni esecutive, completa il suo sviluppo solo intorno ai 20 anni. Questo ‘scarto’ rende il comportamento adolescenziale più impulsivo e conflittuale”. Dunque, in adolescenza il conflitto è parte integrante dello sviluppo e permette al giovane di affrontare aspetti centrali per la crescita quali dipendenza e autonomia, appartenenza e individuazione, desiderio e limite.
Il pedagogista Daniele Novara parla di “aree di manutenzione relazionale” per descrivere quei momenti di attrito che, se affrontati con consapevolezza, possono diventare occasioni di cura e rafforzamento del legame. Qualsiasi relazione sana, e quella tra genitori e figli non è da meno, non può prescindere da momenti di tensione e disaccordo. Il rischio maggiore non è il conflitto, ma il suo evitamento: i tentativi costanti di sopprimere o ignorare le spinte di rottura dell’adolescente, rischiano di ostacolarne il percorso di separazione e individuazione che il ragazzo deve compiere. È proprio attraverso il conflitto, gestito in modo costruttivo, che il giovane può cominciare ad affermare la propria soggettività e a costruire una relazione con il mondo adulto su basi nuove, attraverso spazi in cui il conflitto non è qualcosa di anomalo da affrettarsi a risolvere, ma può essere attraversato insieme.
