Ritiro sociale e dipendenze: il progetto PGeD porta la cura in casa degli adolescenti

A  Milano si sta sperimentando un nuovo modello attraverso il quale i servizi di salute mentale incontrano gli adolescenti che altrimenti rischierebbero di rimanere esclusi dai percorsi di cura . Si chiama PGeD, Psicopatologie Giovanili e Dipendenze, ed è nato dalla collaborazione tra Recovery for Life, Fondazione Eris e TheSIS Group, con il finanziamento di ATS Milano nell’ambito della sperimentazione regionale sui modelli innovativi di presa in carico domiciliare.

L’idea alla base del progetto richiede un cambiamento profondo nel modo di concepire la cura: se alcuni adolescenti non riescono più a raggiungere i servizi, sono i servizi ad andare da loro. Per raggiungerli non basta trasferire a domicilio gli interventi tradizionali. Occorre costruire un percorso capace di entrare gradualmente nella quotidianità della persona, coinvolgendo la famiglia, adattandosi ai suoi ritmi e creando, prima ancora di un progetto terapeutico, una relazione di fiducia.

L’obiettivo di PGeD è tradurre questo principio in pratica, ricostruendo il contatto a partire dai luoghi di vita dei ragazzi. Gli operatori portano quindi gran parte del lavoro fuori dagli ambulatori, calibrando caso per caso strumenti e tempi dell’intervento a seconda della situazione. Il progetto si rivolge ad adolescenti tra i 14 e i 18 anni, con alcune deroghe d’età per intercettare esordi sempre più precoci, che vivono situazioni di ritiro sociale o disturbi della nutrizione e dell’alimentazione in comorbilità con dipendenze da sostanze o comportamentali, come il gioco d’azzardo o l’uso problematico di internet. In molti casi si tratta di ragazzi che hanno già avuto contatti con i servizi sanitari, ma il percorso si è interrotto oppure è diventato sempre più discontinuo.  

Francesco Sanson, psicoterapeuta che coordina il polo terapeutico riabilitativo integrato di Recovery for Life, spiega il progetto partendo da una domanda: che rapporto c’è tra il ritiro sociale e l’uso di sostanze? La letteratura descrive il ritiro sociale come una condizione eterogenea, non inserita nel DSM-5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) , che rappresenta il punto di intersezione tra vulnerabilità diverse. Da una parte esistono condizioni di isolamento non scelte, legate per esempio a una disabilità o a circostanze esterne. Dall’altra c’è il ritiro sociale vero e proprio, una scelta più o meno deliberata di allontanarsi dagli altri. In mezzo si collocano quadri clinici con cui questa condizione mostra forti associazioni, in particolare lo spettro autistico e la depressione. Nei ragazzi nello spettro autistico il ritiro può nascere dal sovraccarico cognitivo ed emotivo prodotto dal costante tentativo di mascherare la propria neurodivergenza, inibendo comportamenti autoregolatori o forzando un contatto visivo che risulta faticoso da sostenere. Nella depressione, invece, il calo del tono dell’umore porta a diradare le relazioni sociali, e questo allontanamento tende a sua volta ad abbassare ulteriormente l’umore, in un meccanismo che si autoalimenta.

Ma il legame con le dipendenze è ancora più articolato. Secondo lo studio longitudinale statunitense Different Kinds of Lonely: Dimensions of isolation and substance use in adolescence, il rischio di consumo non riguarda indistintamente tutti i ragazzi che vivono situazioni di isolamento, ma emerge in specifici sottogruppi. I ragazzi “unliked” cercano di inserirsi nei contesti sociali ma vengono rifiutati dai pari e risultano, almeno in parte, protetti dal consumo di sostanze, in particolare dall’alcol. I ragazzi “disengaged“, invece, scelgono deliberatamente di ritirarsi dalle relazioni e mostrano un rischio maggiore di consumo di sigarette e marijuana. Diversa è la situazione dei ragazzi “outside oriented“, che mantengono relazioni soprattutto al di fuori della scuola o con coetanei più grandi: sono proprio questi legami a offrire un accesso più diretto alle sostanze. Il rischio più elevato emerge infine nel sottogruppo “detached“, in cui il disimpegno dai contesti scolastici si accompagna a relazioni strette fuori dalla scuola e dalla famiglia, spesso proprio negli ambienti in cui le sostanze circolano con maggiore facilità. In questi casi, alla minore supervisione scolastica si somma una concreta opportunità di consumo. In alcuni casi, però, è la dipendenza già consolidata a produrre il ritiro, perché la vita si focalizza attorno al bisogno della sostanza e di conseguenza le relazioni si deteriorano. A questo si aggiungono le dipendenze comportamentali, in particolare l’internet gaming disorder, che spesso accompagna il ritiro sociale offrendo un contesto virtuale di interazione che sostituisce quello reale, con il rischio di rinforzare ulteriormente l’isolamento. 

Davide Cocco, pedagogista che insieme a Sanson coordina l’équipe multidisciplinare del progetto, ci racconta la parte operativa del progetto e spiega che il lavoro iniziale richiede spesso di modificare le modalità abituali dell’intervento. L’ingresso in casa, per esempio, non coincide automaticamente con l’avvio di un percorso terapeutico perché prima occorre costruire le condizioni affinché quel contatto possa essere accettato.

Le famiglie che arrivano al progetto PGeD hanno spesso accumulato anni di frustrazione, tra tentativi falliti, servizi che si sono susseguiti senza continuità, e la sensazione di essere etichettati come genitori non collaborativi. Cocco racconta il caso di una madre che aveva sviluppato una forte diffidenza verso qualunque intervento sanitario, al punto da opporre resistenza per settimane. È stata la figura dell’antropologa – presente nell’équipe insieme a educatori, psicoterapeuti, neuropsichiatri, criminologi e dietisti – a sbloccare la situazione: agli occhi della madre non rappresentava un medico né uno psicoterapeuta, e questo ha reso possibile un primo ingresso in casa. Dopo poco tempo il ragazzo aspettava l’antropologa fuori dalla porta prima dell’appuntamento, un segnale significativo di un rapporto che si stava costruendo.

Un altro caso raccontato da Cocco riguarda una ragazza già seguita da altri servizi, esausta all’idea di raccontare ancora una volta la propria storia e stanca di ricevere persone nuove in casa. L’équipe ha scelto di non insistere sul lavoro clinico tradizionale e ha proposto un laboratorio musicale a domicilio, partendo da una passione che la ragazza coltivava da tempo. Il percorso è proseguito poi in una sala prove esterna, e gli obiettivi terapeutici sono rimasti sullo sfondo mentre si costruiva gradualmente una relazione di fiducia.

Queste esperienze hanno portato anche a ripensare alcuni aspetti pratici dell’intervento. Gli orari degli incontri, per esempio, vengono adattati alle condizioni della persona: per un ragazzo con un ritmo sonno-veglia molto alterato, un appuntamento al mattino presto può rappresentare un ostacolo aggiuntivo. In alcuni casi gli operatori lavorano quindi anche in fascia serale o scelgono luoghi diversi dalla casa, quando questo può favorire una maggiore partecipazione.

Sul piano tecnico, il progetto integra strumenti che raramente si trovano insieme in un unico percorso. Accanto alla psicoterapia e al lavoro educativo, la famiglia viene coinvolta secondo il metodo Open Dialogue, portato avanti da TheSIS Group, che ha una lunga esperienza nei modelli di presa in carico delle famiglie e mette il nucleo familiare al centro del processo di cura, dando spazio a tutte le voci coinvolte. Fondazione Eris, che porta la propria esperienza pluriennale nel mondo delle dipendenze, mette a disposizione psicoterapeuti che utilizzano strumenti come la stimolazione transcranica a corrente diretta e sessioni di realtà aumentata e gaming, pensate per aiutare a ridurre il craving e il controllo dell’impulsività nelle diverse forme di dipendenza.

Nel complesso, l’équipe conta circa quindici professionalità diverse, tra cui neuropsichiatri infantili, psicologi, educatori, TeRP, medici internisti, dietisti, antropologi e criminologi, questi ultimi pensati per lavorare con ragazzi che, a causa dell’uso di sostanze, si trovano a volte esposti a condotte rilevanti sul piano penale. Il progetto ha una durata annuale e si articola in quattro fasi: un mese di assessment per conoscere il ragazzo e la famiglia e per definire il progetto terapeutico riabilitativo individualizzato, sei mesi di fase intensiva in cui si mettono in campo gli interventi condivisi, cinque mesi di fase estensiva dedicati al consolidamento e alle dimissioni progressive, e infine un follow up a tre, sei e dodici mesi dalla conclusione del percorso, per verificare che i risultati raggiunti tengano nel tempo. Gli esiti vengono misurati con scale validate a livello internazionale, e il percorso è accompagnato da un progetto di ricerca sostenuto da Recovery for Life insieme all’Università Vita e Salute San Raffaele, perché uno degli obiettivi dichiarati della sperimentazione è proprio capire se questo modello, oggi limitato al Comune di Milano e attivabile su segnalazione della UONPIA (Unità Operativa di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza), possa essere esteso ad altri territori e integrato più stabilmente con i servizi sociali.

La scommessa del progetto PGeD è avvicinarsi fisicamente ai luoghi di vita dei ragazzi. Serve un équipe capace di adattarsi caso per caso e di rinunciare, quando necessario, ai setting più tradizionali della cura. Solo così è possibile intercettare situazioni che altrimenti resterebbero fuori da ogni presa in carico, e da qui può iniziare un percorso di cura più strutturato, costruito sui bisogni della persona e sul contesto in cui vive. 

Riferimenti bibliografici

  • Muris P, Deckers A, Donkers F, Ollendick TH, Begeer S. The Joy and the Pain of Being Alone: Managing the Solitude-Loneliness (SOLO) Paradox in People High on the Autism Spectrum. Clin Child Fam Psychol Rev. 2026 Jun 16. doi: 10.1007/s10567-026-00576-4. Epub ahead of print. PMID: 42301558. 
  • Copeland M, Fisher JC, Moody J, Feinberg ME. Different Kinds of Lonely: Dimensions of Isolation and Substance Use in Adolescence. J Youth Adolesc. 2018 Aug;47(8):1755-1770. doi: 10.1007/s10964-018-0860-3. Epub 2018 May 17. PMID: 29774451; PMCID: PMC6045973. 

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