La salute mentale degli adolescenti a Brescia: i servizi di Recovery For Life

Dal Centro Diurno all’assistenza ospedaliera H24, fino ad Aperitalk: Davide Cocco fa il punto sul benessere psicologico dei giovani e sul contrasto al disagio giovanile

Ne parliamo con Davide Cocco, Coordinatore PoTRAI Milano, Coordinatore Centro Diurno Brescia e Startupper delle nuove Residenze Recovery For Life, che racconta gli sviluppi degli ultimi mesi e la sua opinione sul lavoro svolto per contrastare il disagio giovanile e promuovere il benessere psicologico di ragazzi e famiglie.

Cosa abbiamo fatto dall’apertura del CD di Brescia a oggi?

D: Partiamo da quello che abbiamo fatto fino ad ora. Il Centro Diurno di Brescia è stato inaugurato: nel frattempo, gli ingressi sono previsti in regime di solvenza, in attesa della contrattualizzazione.

Nel frattempo abbiamo messo in campo una squadra di professionisti al servizio del territorio. Le attività svolte finora si possono raggruppare in tre filoni principali, ai quali si affianca un quarto ambito di formazione rivolta al territorio.

  • Formazione: orientata alla prevenzione delle condotte a rischio e rivolta alle scuole medie superiori del bresciano. Abbiamo condotto un intervento presso l’istituto Fortuny, che ha una sede vicina alla nostra, dove si trova anche il Centro Diurno. Lo scorso anno scolastico ci è stato chiesto un intervento su un gruppo classe di una prima, con alcuni allievi che gli insegnanti facevano fatica a gestire, sia singolarmente sia come gruppo.

Abbiamo costruito un progetto rivolto sia ai docenti sia, con un intervento psicoeducativo, al gruppo classe: i docenti hanno partecipato alla fase progettuale e agli incontri, ricevendo suggerimenti operativi; con gli alunni abbiamo lavorato in tre incontri su temi specifici; infine, in un ultimo incontro, abbiamo restituito ai soli insegnanti quanto osservato, in una fase di ricostruzione e co-progettazione.

  • Ambulatorio: per il quale abbiamo ricevuto diverse richieste di presa in carico, anche grazie al Bando UP – Percorsi per Crescere alla Grande. Con gli istituti superiori, ad esempio, il nostro ruolo è stato anche di consulenza sulle prassi burocratiche, per aiutare docenti e dirigenti scolastici nella segnalazione all’ASST e nella richiesta di presa in carico a beneficio di pazienti e famiglie.

Da qui sono arrivate diverse richieste di percorsi psicoeducativi per ragazzi in difficoltà e, in alcuni casi, per le loro famiglie. Nell’ambito dello stesso bando offriamo inoltre supporto psicoeducativo a domicilio, in collaborazione con chi ha in carico i pazienti e con i servizi sociali della rete.

  • Assistenza psicoeducativa H24: al reparto di neuropsichiatria infantile degli Spedali Civili di Brescia: non un singolo operatore assegnato in modo esclusivo a un paziente, ma un servizio rivolto al reparto nel suo complesso. Come coordinatore del progetto partecipo attivamente ai team con i medici e con le altre figure dell’équipe, lavorando insieme su micro-progettualità a taglio educativo e ricreativo.

In alcuni casi costruiamo già all’interno del reparto percorsi che preparano gradualmente i ragazzi, in vista della dimissione, all’ingresso in strutture di tipo comunitario o terapeutico-educativo.

  • Formazione al territorio: un quarto ambito trasversale. Stiamo ad esempio collaborando con Dutur Kaos, un’associazione molto diffusa nel bresciano che porta volontari clown nei reparti di pediatria, neuropsichiatria infantile e ovunque siano ricoverati bambini e adolescenti — circa 200 volontari impegnati nell’animazione dei reparti.

L’associazione ci ha chiesto una collaborazione: alcuni nostri professionisti hanno incontrato i loro volontari per proporre formazioni specifiche, a partire da un primo incontro dedicato alla relazione con il paziente ricoverato e alla motivazione dell’operatore volontario.

Qual è il tuo bilancio personale sull’assistenza ospedaliera e domiciliare? Che funzione ha questo servizio e in che modo aiuta concretamente le famiglie?

D: L’assistenza psicoeducativa al reparto la rivolgiamo, per ragioni pratiche e tecniche, esclusivamente ai pazienti che non possono contare su un’assistenza gestita dai propri familiari sul territorio: parliamo quindi di minorenni per cui, nel nucleo familiare, è in vigore un provvedimento che limita la responsabilità genitoriale.

È sicuramente un ottimo strumento di supporto sia per il paziente, che ha bisogno di un’attenzione dedicata e di personale formato specificamente sulla relazione, sia, parallelamente, per il reparto e per la sua équipe: quando questi ragazzi non hanno accanto un genitore durante il ricovero, restano comunque pazienti che stanno male e che, in quel frangente, hanno un livello di bisogno molto alto, e la gestione ricade sul personale di reparto.

Il nostro servizio, da un lato, offre al paziente un’assistenza più tecnica e competente; dall’altro toglie al reparto l’onere di gestire, nell’arco delle 24 ore, anche le necessità più minute che non competerebbero specificamente al medico psichiatra o all’infermiere di reparto, che ha già un mansionario del tutto diverso da svolgere.

Per quanto riguarda invece l’assistenza domiciliare, è un servizio che abbiamo progettato ma che di fatto sta partendo ora: abbiamo incontrato un paio di famiglie, valutato le richieste e preso in carico il primo paziente, che inizieremo a seguire da metà settembre.

Per quanto riguarda il format Aperitalk: un accenno a cosa è stato fatto e a come è andata la partecipazione. E poi, secondo te, come viene percepito l’abbinamento tra un contenuto di livello accademico, alto, e un approccio molto più “pop”? Come si concilia questa cosa, e ci vedi margini di replicabilità anche in altri territori?

D: Gli Aperitalk, al momento, li abbiamo pensati come un format nato come idea prettamente bresciana; con la ripresa di fine estate, però, l’idea è di farne un format replicabile in tutti i territori dove Recovery For Life offre i propri servizi. Il calendario che parte con queste prime tre date bresciane vuole quindi allargarsi anche verso il trevigiano, dove abbiamo già preso dei contatti.

L’obiettivo dell’Aperitalk è lottare contro lo stigma legato alla salute mentale: un obiettivo semplice e coerente con la missione e con lo stile del nostro modello clinico. Significa aiutare le persone a capire che se ne può parlare con la stessa serenità con cui si parla di qualsiasi altro aspetto della salute.

Facciamo spesso l’esempio di chi si fa male a un ginocchio al mare e lo racconta tranquillamente agli amici; se invece, lo stesso giorno, si manifesta un attacco di panico, non lo si racconta necessariamente con la stessa spontaneità.

L’idea è portare professionisti che le persone associano di solito a un camice, ai servizi pubblici o privati, dietro la targhetta “dottore”, a chiacchierare nei locali con le persone: non per insegnare o portare contenuti tecnici, ma per dialogare. Sta funzionando molto bene proprio perché è un’idea molto pop, alla mano, poco strutturata: l’aperitivo è un vero aperitivo, in cui si chiacchiera insieme a chi quella sera ha scelto di partecipare.

Le serate scorrono in modo fluido, nascono scambi personali, e non si tratta solo degli avventori abituali di un locale: spesso arriva pubblico tramite la promozione online, ma capita anche che partecipino colleghi o studenti universitari che si stanno formando in una delle professioni legate al nostro ambito.

Guardando solo alle ultime date, due locali su tre ci hanno chiesto di replicare un evento già fatto a giugno, perché i clienti che vi avevano partecipato ne avevano chiesto la ripetizione: finora ne abbiamo realizzati tre, e altri tre sono già in programma.

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