In un articolo precedente abbiamo esplorato come comprendere l’aggressività adolescenziale, le sue cause e le sue forme. Ma cosa succede dopo che la crisi si è consumata? È a questa domanda che ha cercato di rispondere Massimo Fiocchi, educatore con lunga esperienza nei servizi residenziali e membro dell’équipe di Recovery for Life, durante il seminario di RFL Academy sull’aggressività in età evolutiva.
Fiocchi si autodefinisce artigiano delle emozioni e nel corso degli anni ha cercato riferimenti teorici che dessero senso a quello che viveva ogni giorno sul campo, costruendo un approccio in cui la pratica e la teoria si sostengono a vicenda. Nel lavoro di educatore, secondo Fiocchi, bisogna saper gestire l’aggressività dei ragazzi, ma soprattutto saper lavorare nel dopo
“Prendersi carico dell’altro significa anche farsi attraversare dai suoi vissuti, senza farsene travolgere.”
L’operatore che lavora nelle comunità porta con sé emozioni e risorse proprie e, proprio per questo, può diventare un riferimento stabile per ragazzi abituati a relazioni imprevedibili.
La finestra terapeutica del post-crisi
La fase successiva alla crisi è spesso la più trascurata, eppure rappresenta un momento prezioso perché l’attivazione si è abbassata, il corpo si è calmato e torna possibile il dialogo. In questa condizione l’adolescente è esausto e talvolta in imbarazzo, mentre l’operatore è diviso tra la tentazione di evitare l’argomento per non riattivare la sofferenza e il desiderio di dare un senso a quanto è accaduto. Entrambe le reazioni comportano un rischio, perché il silenzio può lasciare il ragazzo solo con ciò che ha vissuto, mentre un’analisi troppo immediata può spingerlo a identificarsi ulteriormente con il comportamento messo in atto.
Fiocchi propone un approccio diverso, che chiama de-escalation narrativa: un’esplorazione dell’emozione che ha preceduto l’agito, condotta attraverso un linguaggio di sensazioni fisiche e stati interni.
“Quando ti sei accorto che iniziavi a non star bene? Quando hai sentito il calore che ti saliva dentro?”
L’obiettivo è aiutare il ragazzo a costruire una mappa emotiva di ciò che è successo, per comprenderlo e per affrontare la prossima crisi con più risorse.
Il linguaggio che cambia l’identità
Al cuore di questo lavoro c’è una distinzione tra identità e comportamento reattivo, dal momento che molti ragazzi in comunità finiscono per costruire la propria immagine di sé attorno alla diagnosi, trovando in essa un’identità che risulta paradossalmente rassicurante perché offre almeno una definizione di sé.
Il lavoro post-crisi mira a incrinare questa identificazione usando un linguaggio temporale, che circoscrive il comportamento a un momento specifico invece di farne un tratto permanente della persona. La differenza tra “quando sei così” e “perché sei sempre così” è grammaticalmente piccola, ma terapeuticamente significativa. Fiocchi porta un esempio concreto, con la leggerezza di chi sa che l’umorismo usato bene è uno strumento utile: “L’altra volta hai lanciato venti sedie, questa volta quindici. Stai facendo progressi!”. I ragazzi capiscono, a volte ridono, e intanto imparano a misurare la distanza tra sé e la crisi, a vederla come qualcosa che accade, non come qualcosa che li definisce.
La crisi come occasione di incontro
Per molti adolescenti con storie traumatiche, il conflitto ha sempre portato con sé il silenzio punitivo, la distanza o l’abbandono. L’adulto che invece rimane, che torna il giorno dopo per riprendere il filo della relazione, offre un’esperienza diversa: i legami possono resistere ai momenti brutti. Fiocchi sostiene che la crisi, lavorata in questo modo, diventa un’occasione di incontro tra due persone. Tutto il lavoro tecnico sulla de-escalation – basato su posture, tono di voce e scelta del linguaggio – funziona meglio quando è inserito in una relazione già significativa, perché il ragazzo lo riceve da qualcuno di cui si fida.
Salvare la relazione
Dopo una crisi intensa, con aggressività, urla, oggetti lanciati, la tentazione dell’operatore è di mantenere le distanze e aspettare che gli animi si plachino. Ma Fiocchi inverte questa logica perché la relazione va sempre salvata, anche quando l’operatore si è sentito ferito o spaventato. Anzi, proprio in quel caso è utile dirlo:
“Guarda, ieri quando mi hai gridato in faccia ci sono rimasto un po’ male. Ho capito però che l’hai fatto perché eri arrabbiato. Ho capito che non l’hai fatto contro di me.”
Questa frase riconosce l’impatto dell’episodio sull’operatore senza trasformarlo in un atto d’accusa e rimanda al ragazzo il messaggio chiaro che la relazione continua. Per chi ha imparato che i conflitti portano all’abbandono, scoprire che un adulto torna e lo fa per ricostruire è un’esperienza che può modificare le aspettative sulle relazioni in modo duraturo.
L’équipe come risorsa
Tutto questo lavoro richiede risorse emotive considerevoli, e Fiocchi è netto nel considerare la de-escalation un lavoro d’équipe, dove ognuno ha un ruolo e dove si può chiedere il cambio. L’équipe dovrebbe essere per gli operatori quello che l’operatore cerca di essere per i ragazzi, ovvero un luogo dove si può dire la verità su come si sta, dove gli errori non vengono giudicati e dove le emozioni trovano spazio.
“Un’équipe che riconosce le proprie emozioni sa contenere anche quelle dei ragazzi.”
Una ricerca del 2024 condotta da ESPAD Italia aggiunge un elemento interessante a questa riflessione. Lo studio indica che il fattore che più di ogni altro protegge gli adolescenti a rischio dall’uso di sostanze, spesso correlato a condotte aggressive, è la qualità della relazione con le proprie figure genitoriali. Se l’educatore svolge, anche temporaneamente, una funzione genitoriale vicaria, allora la qualità di quella relazione ha un peso clinico reale. Prendersi cura dell’équipe, dei suoi legami interni e della sua capacità di reggere le situazioni difficili, fa parte del lavoro terapeutico quanto qualsiasi altro strumento.
Recovery for Life lavora su questo attraverso briefing, debriefing e supervisione regolare, considerando il benessere dell’équipe come parte integrante del lavoro clinico ed educativo.
