L’esplosione di rabbia di un ragazzo può cogliere un adulto impreparato, lasciandolo frustrato e confuso. Spesso, di fronte a un comportamento aggressivo adolescenziale, si reagisce d’istinto, senza riuscire a comprendere ciò che lo ha generato.
Durante il seminario “Aggressività in età evolutiva: dalla gestione clinica alla gestione relazionale e operativa”, la Dott.ssa Annarita Milone, Medico Chirurgo e Neuropsichiatra Infantile, Psicoterapeuta e Dirigente medico presso l’IRCCS Stella Maris, ha proposto cinque idee che possono migliorare il modo in cui rispondiamo a questi episodi.
1. Non cattivi comportamenti, ma emozioni incontrollate.
Il primo cambio di prospettiva è che il comportamento aggressivo non è la causa del problema, ma il suo risultato finale. È il segnale visibile di una difficoltà emotiva che l’adolescente non riesce a riconoscere né a regolare.
Sebbene questi disturbi siano classificati clinicamente come disturbi del controllo degli impulsi e della condotta, la Dott.ssa Milone sottolinea che la componente emotiva viene prima di tutto e ridurli a semplici disturbi del comportamento rischia di fornire una lettura parziale.
Si tratta di spostare l’attenzione dal punire un cattivo comportamento a comprendere e sostenere una difficoltà di regolazione emotiva. Considerare l’aggressività come un sintomo e non come una scelta consapevole o una mancanza morale cambia il nostro modo di intervenire: apre all’empatia e ci orienta verso risposte realmente efficaci.
Per chi volesse approfondire il tema legato al disagio giovanile, può leggere il seguente articolo pubblicato nella sezione news RFL: Un nuovo approccio al disagio giovanile – Recovery For Life
2. L’Aggressività ha molti volti (e conoscerli fa la differenza)
Una volta capito che l’aggressività è l’espressione di una difficoltà emotiva, il passo successivo è capire che non tutte le manifestazioni aggressive sono uguali. Parlare di aggressività in modo generico è un errore che può portare a risposte inefficaci. Non esiste un solo tipo di comportamento aggressivo, e riconoscerne le differenze è la chiave per intervenire nel modo corretto.
La Dott.ssa Milone individua almeno quattro forme di aggressività; tra queste, il confronto tra aggressività affettivo-reattiva e aggressività premeditata e strumentale è particolarmente utile per orientare l’intervento.
- Aggressività affettivo-reattiva: è l’esplosione a caldo, un’eruzione emotiva improvvisa e non pianificata. Spesso scatenata da una percepita minaccia o da un’ipersensibilità, ha una rapida escalation e, in un secondo momento, è quasi sempre seguita da un profondo senso di colpa e smarrimento nel ragazzo.
- Aggressività premeditata e strumentale: è l’esatto opposto. Si tratta di un comportamento a freddo, calcolato, pianificato e orientato a raggiungere un obiettivo specifico. Chi agisce in questo modo spesso lo fa con scarso rimorso, poco senso di colpa e bassi livelli di empatia.
La distinzione è cruciale. Un’esplosione reattiva richiede un intervento che miri a de-escalare, ovvero calmare e aiutare l’adolescente a regolare l’emozione travolgente. Un’aggressione strumentale, invece, indica un problema più profondo legato all’empatia e al ragionamento morale, che necessita di un approccio diverso e più strutturato.
3. Il cervello adolescente è in evoluzione
Da dove nascono, dunque, le tempeste emotive che spesso osserviamo in adolescenza? Una parte rilevante della risposta risiede nella biologia del cervello, un organo che attraversa in questa fase uno sviluppo intenso e non uniforme.
In questa età il cervello è caratterizzato da una discronia evolutiva: le strutture coinvolte nelle emozioni e nelle risposte istintive (come l’amigdala) raggiungono una maturazione funzionale prima dei sistemi deputati al controllo e alla regolazione degli impulsi, che fanno capo alla corteccia prefrontale.
Questo squilibrio temporaneo contribuisce in modo significativo alla difficoltà di regolazione emotiva tipica dell’adolescenza. Comprenderlo permette di spostare lo sguardo dal giudizio su un comportamento percepito come volontariamente provocatorio al riconoscimento di un limite fisiologico, legato allo sviluppo. Molta dell’impulsività osservata in questa fase non è una scelta oppositiva consapevole, ma l’esito di un cervello in cui le funzioni di controllo sono ancora in via di consolidamento.
4. Quello che per te è banale, per loro può essere un trauma
Questa particolare fase di sviluppo rende gli adolescenti non solo più impulsivi, ma anche più vulnerabili sul piano emotivo. Un aspetto importante riguarda proprio il significato stesso di trauma in adolescenza, che può essere molto diverso da quello attribuito da un adulto. Situazioni che un genitore o un educatore possono liquidare come banali, esagerate o di scarsa importanza possono essere vissute dal ragazzo come eventi profondamente destabilizzanti. Il rischio maggiore è sminuire e non riconoscere questa differenza di percezione.
Quando l’esperienza soggettiva dell’adolescente viene minimizzata, il messaggio implicito è che la sua lettura del mondo sia sbagliata. Questo può aumentare il senso di isolamento e di inadeguatezza, aggravando ulteriormente la sofferenza.
Il focus, allora, si sposta dal giudicare una reazione eccessiva al riconoscere e validare una realtà emotiva che per l’adulto può non essere immediatamente visibile. Accogliere e legittimare ciò che il ragazzo prova, anche quando non se ne condividono pienamente le premesse, rappresenta un passaggio essenziale per aiutarlo a recuperare un equilibrio.
5. Non serve un genitore-giudice, ma un genitore-surfista
Cosa può fare, allora, un genitore armato di questa nuova consapevolezza, sapendo che l’aggressività è un sintomo emotivo, che il cervello è in costruzione e che la percezione del trauma è soggettiva? Di fronte alla disregolazione emotiva di un figlio, la tentazione più forte è quella di rispondere alla rabbia con la rabbia. Si entra in un cortocircuito che non fa che potenziare il conflitto.
La Dott.ssa Milone propone un’alternativa molto interessante: diventare un genitore-surfista. Un surfista non cerca di fermare l’onda: sarebbe impossibile e pericoloso. Impara invece a cavalcarla, a starci sopra, a gestirne la potenza senza esserne travolto.
Tradotto nella relazione genitoriale, significa rimanere accanto al figlio durante l’ondata emotiva, offrendo presenza, contenimento, monitoraggio e orientamento. L’obiettivo non è spegnere l’emozione, ma attraversarla insieme, per cercare di trovarne un significato. Accompagnare sull’onda emotiva vuol dire ascoltare senza giudicare, dare spazio al vissuto del ragazzo e costruire insieme una possibilità di ritorno al dialogo.
In questo modello il ruolo del genitore cambia: da giudice che sanziona ad allenatore che guida. Il momento di crisi diventa così un’occasione per rafforzare la relazione e per insegnare una competenza essenziale per la vita adulta: imparare a riconoscere, regolare e navigare le proprie emozioni.
Il ruolo dei genitori
Questo cambio di sguardo richiama anche il ruolo fondamentale degli adulti di riferimento: genitori e insegnanti, chiamati non a “correggere” il comportamento, ma ad accompagnare lo sviluppo emotivo e relazionale dei ragazzi. Su questo tema puoi approfondire leggendo anche l’articolo Come aiutare gli adolescenti: il ruolo di genitori e insegnanti, disponibile sul nostro sito.
Cambiare la domanda per trovare la risposta
Comprendere l’aggressività adolescenziale significa andare oltre ciò che è immediatamente visibile. Vuol dire riconoscere che dietro un comportamento difficile si intrecciano spesso emozioni non regolate, un cervello ancora in fase di sviluppo, vissuti di sofferenza che faticano a essere riconosciuti e dinamiche relazionali complesse. Giudicare il comportamento è semplice; comprendere ciò che lo genera richiede più tempo e più attenzione, ma è l’unica strada che rende possibile un intervento realmente efficace.
Forse il cambiamento più significativo inizia proprio dall’adulto. La prossima volta che ci troveremo di fronte alla tempesta emotiva di un adolescente, invece di chiederci “Come posso fermarlo?”, potremmo provare a domandarci: “Che cosa sta cercando di comunicare, davvero, attraverso questa emozione?”.
Per chi desidera approfondire ulteriormente il tema, segnaliamo che il 21 novembre si è tenuto il seminario “Aggressività in età evolutiva: dalla gestione clinica alla gestione relazionale e operativa”, con l’intervento della Dott.ssa Annarita Milone e di altri tre relatori, che hanno offerto punti di vista clinici, educativi e operativi sul tema.
I link alle registrazioni complete su YouTube sono disponibili di seguito, per chi fosse interessato a rivedere o approfondire i contenuti:
- Gianluca Serafini: “Aggressività negli interventi di tutela del personale”- Gianluca Serafini
- Massimo Fiocchi: “Tecniche di de-escalation e gestione in situazioni ad alto rischio”
- Federico Pacchioni: “Quando la de-escalation fallisce”
