Le dipendenze negli adolescenti e l’anestesia del dolore

Una delle prime cose che insegna il lavoro con gli adolescenti che sviluppano una dipendenza è che concentrarsi sulla sostanza rischia di far perdere di vista il problema reale. Le droghe cambiano, si alternano, si mescolano, ma ciò che spinge molti ragazzi a farne uso resta spesso lo stesso: il tentativo di anestetizzare un dolore, riempire un vuoto o trovare un modo per sentirsi vivi.

I dati del Rapporto di ricerca ESPAD Italia 2024 mostrano un fenomeno in continua evoluzione. Tra gli studenti delle scuole superiori, il crack ha superato per la prima volta l’eroina nei consumi e quasi il 60% dei giovani che fanno uso di oppiacei assume anche cocaina o crack. Più che una fedeltà a una sostanza, emerge la tendenza a passare rapidamente da una droga all’altra.

È un quadro che Anna Polgatti, pedagogista ed educatrice della Casa del Giovane di Pavia, ritrova ogni giorno nel proprio lavoro con gli adolescenti accolti in comunità. «Ho bisogno di spegnere», «ho bisogno di riempire», «ho bisogno di staccare il cervello» sono frasi che ricorrono con impressionante frequenza. Dietro sostanze diverse si nasconde spesso la stessa necessità di trovare un modo per non sentire ciò che fa male.

A volte, però, il disagio assume forme ancora più profonde. Alcuni ragazzi raccontano di cercare intenzionalmente il malessere. «A me non me ne frega niente di stare bene», dice uno di loro. «Io cerco di star male per sentire che esisto, per sentire che vivo». In questi casi il dolore diventa l’unico linguaggio attraverso cui riescono a percepire se stessi.

Un vuoto che nasce dalle relazioni

Nell’esperienza di Polgatti questo vuoto raramente ha un’unica origine. Più spesso è il risultato di fattori diversi che si intrecciano tra loro.

Ci sono famiglie che, travolte dalla complessità della situazione, finiscono per delegare agli specialisti anche aspetti fondamentali della funzione educativa. Ci sono scuole in cui insegnanti ed educatori dedicano una parte crescente del tempo alla gestione delle crisi, sottraendolo inevitabilmente alla didattica. E c’è un contesto sociale in cui i social network amplificano continuamente il confronto con modelli di successo, consumo e benessere spesso irraggiungibili.

Piattaforme come TikTok propongono ogni giorno immagini di uno stile di vita fatto di beni costosi, indipendenza economica e successo immediato. Per alcuni adolescenti, soprattutto quelli che vivono situazioni di forte fragilità, lo spaccio può finire per apparire come una strada plausibile per colmare la distanza tra ciò che hanno e ciò che sentono di dover avere.

Imparare a dare un nome alle emozioni

Per questo motivo, racconta Polgatti, uno dei primi obiettivi del lavoro educativo è aiutare i ragazzi a riconoscere e nominare quello che provano.

Molti adolescenti che arrivano in comunità possiedono un vocabolario emotivo estremamente limitato. Rabbia, paura, tristezza, vergogna, frustrazione e angoscia finiscono tutte per essere riassunte in un generico «sto male» e a volte nemmeno quello.

Polgatti ricorda il caso di un ragazzo che, appena arrivato in comunità, riusciva a rispondere alla domanda «Come stai?» soltanto con «bene» oppure «male». Dieci mesi dopo era finalmente in grado di distinguere e descrivere emozioni diverse, riconoscendo sfumature che fino a poco tempo prima gli erano completamente estranee. 

È stato quello, racconta, il vero punto di svolta del percorso terapeutico. Quando una persona riesce a riconoscere ciò che prova, può iniziare anche a comprenderne l’origine e a cercare modi diversi per affrontarlo.

Senza parole per descrivere il disagio, infatti, il rischio è che le emozioni vengano espresse attraverso il corpo. In alcuni ragazzi, una volta interrotto l’uso della sostanza, può emergere l’autolesionismo come modalità alternativa di gestione del dolore emotivo, prima anestetizzato dalle droghe. Il gesto non sostituisce semplicemente la sostanza, ma rappresenta un altro tentativo di dare forma a qualcosa che non riesce ancora a essere raccontato.

Lavorare sul vocabolario emotivo diventa quindi una forma concreta di prevenzione. Dare un nome alle emozioni significa offrire un’alternativa all’agito. Se riesco a dire che sono arrabbiato, ho meno bisogno di comunicarlo facendomi del male.

Lo stesso vale per il desiderio. Polgatti racconta la storia di Jacopo, ventun anni. Quando gli viene chiesto cosa potrebbe renderlo felice, risponde con una parola che nessuno aveva mai sentito: paganza. Jacopo era così distante dall’idea di benessere da non trovare nel proprio vocabolario un termine capace di descriverla. Così ne inventa uno: «Sarò felice quando troverò la paganza», dice. Nessuno sa spiegare cosa significhi davvero quella parola, eppure tutti comprendono ciò che sta cercando di esprimere. La “paganza” diventa il filo conduttore del suo percorso terapeutico.

Per un ragazzo che aveva iniziato a usare eroina a tredici anni e che definiva la sostanza «la mia mamma, mia sorella, il mio passatempo, il mio obbligo, il mio tutto», riuscire a immaginare qualcosa di diverso da inseguire rappresentava già un cambiamento profondo.

L’adulto che vola per primo

Per descrivere il lavoro educativo, Polgatti ricorre a un’immagine insolita: Peter Pan.

Per insegnare ai bambini a volare, a Peter Pan servono tre elementi. La polvere magica, che rappresenta la creatività necessaria per costruire percorsi sempre diversi e adattati alla persona. I pensieri felici, cioè la capacità di aiutare i ragazzi a immaginare un futuro diverso da quello che hanno conosciuto fino a quel momento. E infine la coerenza, perché Peter Pan non si limita a spiegare come si vola ma è il primo a lanciarsi dalla finestra.

La creatività, nella pratica quotidiana, significa spesso trovare risposte che nessun protocollo può prevedere. Polgatti racconta di un ragazzo di diciassette anni che viveva in comunità da due anni. Il padre, la madre e il fratello erano ciascuno inseriti in strutture diverse e, terminato il percorso previsto, lui non aveva una casa in cui tornare. 

Nel suo caso il cambiamento è passato attraverso l’arrampicata. In palestra ha incontrato un istruttore che è diventato un punto di riferimento stabile, ha costruito amicizie e ha imparato a riempire il tempo libero con qualcosa che sentiva davvero suo. Tornava stremato dagli allenamenti, con le braccia doloranti e la fatica addosso, ma era una stanchezza diversa da quella che aveva conosciuto attraverso le sostanze.

Non è l’arrampicata, di per sé, ad avere un effetto terapeutico. È la relazione che nasce attorno a quell’esperienza. L’attività sportiva offre una sfida, un senso di appartenenza e un adulto che osserva, incoraggia e accompagna senza giudicare.

Succede spesso, osserva Polgatti, che alcuni ragazzi confidino a un allenatore o a un istruttore aspetti della propria vita che non hanno mai raccontato né allo psicoterapeuta né agli educatori. Fare qualcosa insieme, fuori dal setting terapeutico, può rendere la relazione più spontanea e abbassare le difese.

I pensieri felici rappresentano invece la capacità dell’adulto di rendere immaginabile un futuro diverso. Ai ragazzi accolti in comunità viene chiesto di investire su una realtà – fatta di legalità, relazioni sane e benessere – che molti di loro non hanno mai sperimentato. Non è una prospettiva che rifiutano, spesso è una possibilità che non riescono nemmeno a immaginare. Per questo il compito educativo non consiste solo nell’indicare una direzione, ma nel renderla concreta e credibile.

Il terzo elemento è la coerenza. Se l’adulto comunica, anche involontariamente, che il proprio lavoro è solo una routine, che le regole sono un peso o che preferirebbe essere altrove, quel messaggio arriva anche ai ragazzi. E diventa difficile chiedere loro di credere in un percorso in cui chi li accompagna sembra cedere per primo.

La coerenza, però, riguarda sia il singolo educatore che tutta l’équipe. Molti adolescenti arrivano in comunità dopo aver sperimentato figure adulte incoerenti, incapaci di condividere regole e obiettivi comuni. Trovare un gruppo di professionisti che agisce nella stessa direzione significa fare esperienza, forse per la prima volta, di un mondo adulto affidabile.

Il fuoco del villaggio

Per spiegare che cosa renda davvero possibile il cambiamento, Polgatti richiama una riflessione di Cesare Moreno, maestro elementare e presidente dell’associazione Maestri di Strada: «Nella storia è nato prima il fuoco del villaggio, che ha poi alimentato i vari focolari domestici.»

Prima della famiglia, ricorda Moreno, c’era una comunità raccolta attorno a un fuoco condiviso: un luogo in cui le persone si incontravano, si raccontavano storie, imparavano le une dalle altre e costruivano legami. Solo da quel fuoco comune si sono poi accesi i singoli focolari.

Per Polgatti questa immagine descrive bene ciò che accade anche oggi nel lavoro con gli adolescenti più fragili. Il ragazzo che ha trovato nell’arrampicata una strada diversa da quella delle sostanze non è cambiato grazie a un singolo intervento. Accanto all’educatore e allo psicoterapeuta ha incontrato un istruttore che ha creduto in lui, un gruppo di pari con cui costruire relazioni positive e un luogo in cui sperimentare capacità che fino a quel momento non sapeva di avere. È l’insieme di queste relazioni ad aver creato un contesto favorevole al cambiamento.

Per questo, osserva Polgatti, fare rete non dovrebbe significare soltanto mettere attorno a un tavolo professionisti appartenenti a servizi diversi. Una rete efficace è prima di tutto un insieme di persone che, pur con ruoli differenti, riescono a offrire al ragazzo esperienze coerenti, opportunità concrete e legami affidabili.

Da questo punto di vista, la comunità educante comprende molto più dei servizi specialistici. Coinvolge la famiglia, la scuola, lo sport, le associazioni, gli amici, gli allenatori, gli educatori e tutti quegli adulti che, anche senza svolgere una professione di cura, possono rappresentare un punto di riferimento significativo. Il ragazzo non è il destinatario passivo di un progetto costruito da altri, ma il protagonista di una rete di relazioni nella quale può sperimentare appartenenza e fiducia.

L’intervento sulla dipendenza, suggerisce l’esperienza di Polgatti, non può limitarsi all’eliminazione della sostanza. Il cambiamento richiede tempo e si costruisce attraverso un insieme di relazioni, esperienze e contesti che aiutino i ragazzi a trovare modi diversi per affrontare il proprio disagio. 

Articolo tratto dall’intervento Abitare la complessità: l’accoglienza residenziale degli adolescenti fra fragilità psichica e dipendenza della dottoressa Anna Polgatti, pedagogista ed educatrice della Casa del Giovane di Pavia, presentato durante il seminario RFL Academy – Adolescenza in bilico: fragilità psichica, dipendenze e nuove prospettive di cura.

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