Tre sguardi, un unico modello per leggere gli agiti adolescenziali

Quella che stiamo vivendo è una trasformazione radicale del nostro modo di abitare il mondo, immaginare il futuro e attribuire senso all’esperienza.

RFL Academy ha riunito uno psichiatra, un educatore e un neuropsichiatra infantile per affrontare un tema sempre più urgente della salute mentale giovanile: le crisi di agitazione e aggressività. Ne è emerso un modello di intervento integrato che va ben oltre la gestione dell’emergenza.

Un’emergenza non più silenziosa

I numeri parlano chiaro e fanno un certo effetto. In Lombardia, secondo i dati presentati dall’assessore regionale alla sanità, gli accessi al Pronto Soccorso di minori per problemi psichiatrici hanno raggiunto i 6.500 casi nel 2025. I ricoveri per disturbi psichiatrici in età evolutiva segnano un incremento del 169% rispetto a cinque anni fa. Nella sola provincia di Lecco, gli adolescenti in carico ai servizi di neuropsichiatria infantile sono passati da 180 nel 2016 a 480 nel 2024, con 121 nuovi accessi annui.

A fronte di questi dati, RFL Academy ha organizzato un webinar che ha messo attorno allo stesso tavolo virtuale tre professionisti con prospettive complementari: il dottor Federico Pacchioni, psichiatra di RFL e dottorando in filosofia della mente e del linguaggio all’Università Vita-Salute San Raffaele, che ha affrontato la dimensione clinica e farmacologica delle crisi; Massimo Fiocchi, educatore sociale con lunga esperienza nei servizi residenziali, che ha illustrato le tecniche di de-escalation; e il dottor Ottaviano Martinelli, medico chirurgo, specialista in Neuropsichiatria Infantile e direttore del Dipartimento Salute Mentale e Dipendenze dell’ASST di Lecco, che ha portato il punto di vista del presidio ospedaliero e del modello di integrazione territoriale sviluppato a Lecco. A moderare i lavori la dottoressa Valentina Molinelli, che ha aperto il webinar ricordando come l’agito aggressivo sia soprattutto il segnale di qualcosa che non riesce a trovare la strada delle parole.

Capire gli agiti adolescenziali prima di intervenire

Qualsiasi intervento efficace parte dalla comprensione e per questo il dottor Pacchioni ha aperto il suo intervento con una definizione clinica. 

“L’agitazione psicomotoria è uno stato di eccessiva attività motoria associata alla tensione interna soggettiva”. 

Dal punto di vista biologico, l’agitazione è la manifestazione di uno squilibrio che negli adolescenti ha una base neurobiologica precisa. Il sistema limbico, sede delle emozioni istintive e delle risposte di attacco-fuga, si sviluppa precocemente. I lobi prefrontali, responsabili del controllo, della pianificazione e della capacità di prevedere le conseguenze delle proprie azioni, raggiungono la maturazione completa solo intorno ai 25 anni. L’adolescente, quindi, ha letteralmente meno strumenti neurobiologici per regolare l’attivazione emotiva rispetto a un adulto.

Questo substrato biologico si intreccia con fattori di rischio modificabili e non. Tra quelli non modificabili figurano il sesso maschile, una condizione socioeconomica svantaggiata, una storia di violenza fisica, sessuale o assistita, e pregressi episodi di agitazione. Tra i fattori psichiatrici e psicologici su cui invece si può intervenire vi sono un temperamento impulsivo, la bassa tolleranza alla frustrazione, uno stile di pensiero pessimistico e la scarsa consapevolezza della propria condizione di malattia.

L’agitazione psicomotoria, come spiega il dottor Pacchioni, è un sintomo transnosografico, non appartiene a una specifica diagnosi, ma può manifestarsi in quadri molto diversi. Quando il professionista si trova a gestire una crisi, quindi, deve leggere la persona che ha davanti a tutto tondo.

Riconoscere i segnali e calibrare la risposta

Una crisi di agitazione non esplode dal nulla, si dispiega nel tempo attraverso segnali riconoscibili. Questa fase, chiamata escalation progressiva, precede il picco esplosivo, che viene seguito poi da una fase di cosiddetta discesa. Intervenire nella fase ascendente è molto più efficace che gestire il momento acuto, ed è per questo che il dottor Pacchioni ha illustrato l’acronimo STAMP (sguardo fisso, aumento del tono muscolare, irrequietezza, borbottio autoreferenziale, scalpitio) come strumento di lettura rapida dei prodromi.

Cogliere questi segnali in tempo lascia spesso margine per evitare il ricorso al farmaco. Quando però l‘intervento farmacologico si rende necessario, il suo obiettivo non è contenere il ragazzo in modo coercitivo, ma ridurre il livello di attivazione fino a rendere nuovamente possibile il contatto con lui. La gestione della crisi, però, non si esaurisce in quel momento: una volta superata la fase acuta, è fondamentale riprendere insieme quanto è accaduto, in un contesto protetto e con il coinvolgimento delle figure educative e cliniche. È proprio questa rielaborazione che permette di dare significato all’esperienza e di costruire strategie condivise per prevenire nuove crisi.

La de-escalation degli agiti adolescenziali: una maratona, non i 100 metri

Se il contributo del dottor Pacchioni si concentra soprattutto sul momento acuto della crisi, Massimo Fiocchi amplia lo sguardo, spostando l’attenzione su ciò che accade prima e dopo. Con un’immagine efficace, invita a non pensare alla gestione dell’agitazione come a una “corsa dei 100 metri”, concentrata esclusivamente sul momento di picco, ma come a una “maratona”: un percorso continuo di costruzione della relazione, che nasce nella quotidianità e accompagna anche la fase successiva alla crisi.

Nel momento dell’escalation, la gestione dell’agitazione richiede interventi concreti orientati innanzitutto a ridurre il livello di attivazione e a mantenere aperto il canale della relazione. Entrano quindi in gioco la consapevolezza del proprio corpo e della propria presenza da parte dell’operatore: la distanza fisica, la postura, il tono della voce e il ritmo della comunicazione possono contribuire a non aumentare ulteriormente la tensione. Anche il linguaggio deve adattarsi alla situazione; in una fase di forte attivazione emotiva, messaggi semplici, brevi e diretti risultano più facilmente comprensibili rispetto a spiegazioni articolate o richiami razionali.

Un altro elemento centrale riguarda la possibilità di restituire al ragazzo una quota, anche minima, di controllo sulla situazione. Questo può avvenire attraverso piccole scelte concrete, come offrire la possibilità di allontanarsi temporaneamente in uno spazio più tranquillo o decidere tra diverse modalità possibili per comunicare il proprio bisogno. 

In questa fase è inoltre fondamentale la validazione dell’emozione. Riconoscere la rabbia, la paura o la frustrazione che il ragazzo sta vivendo permette di creare un terreno comune e di ridurre la contrapposizione, senza per questo giustificare o confermare i comportamenti problematici. Tuttavia, tutte queste strategie risultano tanto più efficaci quanto più possono poggiare su una relazione di fiducia costruita nel tempo. La relazione rappresenta infatti il principale fattore protettivo nella gestione della crisi.

Superato il picco, il lavoro non si conclude, ma entra in una fase altrettanto importante: quella della narrazione dell’episodio. Ripercorrere insieme quanto accaduto permette di separare l’identità del ragazzo dall’azione compiuta, trasformando la crisi da evento destinato a ripetersi in un momento all’interno di una storia che può evolvere.

L’ultimo passaggio riguarda infine la costruzione di un linguaggio condiviso tra comunità, famiglia, scuola e ospedale, affinché il ragazzo possa ricevere messaggi coerenti e un sostegno integrato da parte delle diverse realtà che lo accompagnano.

Il modello ospedaliero: il caso Lecco

Il dottor Martinelli ha portato al webinar la prospettiva del presidio ospedaliero, che nelle situazioni di crisi più gravi rappresenta l’ultimo anello della rete di cura. L’arrivo in Pronto Soccorso in stato di agitazione è già di per sé un evento traumatico e spesso si inserisce in contesti non progettati per accogliere crisi psichiatriche, con personale che non sempre dispone di strumenti specifici.

Per rispondere a queste criticità, l’ASST di Lecco ha sviluppato un modello integrato. La Neuropsichiatria Infantile ha sede all’interno dell’ospedale e collabora stabilmente con la Pediatria, dove sono state allestite due stanze dedicate alle urgenze psicopatologiche, dotate di accorgimenti strutturali specifici ma inserite nel normale reparto.

Al centro del modello c’è il nucleo operativo per le urgenze psichiatriche, che riunisce pediatri, infermieri, assistenti sociali, neuropsichiatri infantili, psicologi ed educatori. Proprio l’inserimento stabile dell’educatore rappresenta uno degli aspetti più innovativi perché facilita l’aggancio relazionale, supporta il personale sanitario e accompagna il ragazzo nei tempi del ricovero. Quando il paziente proviene da una comunità terapeutica, viene favorita anche la presenza del suo educatore di riferimento, così da garantire continuità relazionale e trasmettere un messaggio di sostegno.

Un altro elemento qualificante è l’estensione dell’Osservazione Breve Intensiva (OBI) pediatrica da 24 a 72 ore per i casi psichiatrici. Questo tempo aggiuntivo consente di stabilizzare il paziente, verificare la tenuta dei miglioramenti e scegliere con maggiore consapevolezza il percorso successivo, evitando sia dimissioni affrettate sia ricoveri impropri. Se il ricovero si rende necessario, il paziente viene indirizzato in Pediatria oppure in Neuropsichiatria Infantile, in base all’età e alla gravità del quadro clinico.

Tra le proposte operative raccontate durante il webinar c’è infine il “progetto crisi”; un piano condiviso tra ospedale e comunità terapeutiche che definisce in anticipo come intervenire in caso di escalation, chi coinvolgere e come garantire la continuità educativa durante un eventuale ricovero, prima che, come ha detto Martinelli, il temporale scoppi.

In questa direzione si inserisce anche il gruppo di lavoro promosso dall’ATS Brianza, che ha riunito la Neuropsichiatria Infantile di Lecco e le principali comunità terapeutiche del territorio per definire procedure e impegni condivisi. Un passo concreto verso quella rete che, come tutti i relatori hanno sottolineato, rappresenta la condizione necessaria per affrontare questa emergenza.

Tre sguardi, un modello

Il webinar ha mostrato come approcci diversi – clinico, educativo e organizzativo – possano convergere in un unico modello di intervento. 

Il farmaco, quindi, non sostituisce la relazione ma la rende possibile. La de-escalation non si improvvisa durante la crisi ma si costruisce nel lavoro quotidiano. Il ricovero, quando necessario, non interrompe il percorso terapeutico, ne rappresenta una fase.

Martinelli ha sintetizzato questa prospettiva richiamando il pensiero di Basaglia: gli operatori devono mantenere un equilibrio tra l’urgenza di intervenire sul sintomo e la necessità di comprenderne il significato, senza perdere di vista la persona.

“Non dobbiamo liquidare le storie personali di questi ragazzi», ha ricordato. «Non sempre ci riusciamo. Ma questo non ci autorizza a smettere di provarci”.

Il compito della rete di cura è quindi offrire agli adolescenti uno spazio in cui la parola possa tornare possibile.

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