Viviamo nell’era dei mantra motivazionali sui social media e delle comunità wellness dove il sorriso è un requisito d’ingresso. Hai appena perso il lavoro? “L’universo sta facendo spazio per qualcosa di meglio!”. Una relazione importante è finita? “Era una lezione che dovevi imparare!“. Ti senti ansioso o arrabbiato? “Alza le tue vibrazioni!“
Questi messaggi, se presi alla lettera, possono generare un effetto opposto a quello desiderato. Lo psicoterapeuta John Welwood ha introdotto negli anni Ottanta il concetto di spiritual bypassing: osservò come alcune persone utilizzassero idee o pratiche spirituali per evitare emozioni difficili, traumi irrisolti o conflitti relazionali, trasformando la spiritualità in un meccanismo di difesa.
Essere immersi in un ambiente che tende a enfatizzare l’ottimismo e il pensiero positivo può portare a una repressione sistematica delle emozioni negative e alla costruzione di una fiducia apparente che non poggia su basi solide.
Evitare non è guarire
Al centro dello spiritual bypassing c’è l’evitamento, un meccanismo apparentemente semplice ma in realtà dannoso. Invece di affrontare il dolore, la rabbia, la paura o la vergogna, queste emozioni vengono sepolte sotto strati di concetti spirituali elevati. Il problema, però, non si risolve: viene mascherato.
Questa dinamica impedisce alle persone di riconoscere le proprie sensazioni autentiche e le allontana non solo da sé stessi, ma anche dagli altri. Si crea una sorta di cortocircuito emotivo: chi ricorre allo spiritual bypassing costruisce un’immagine idealizzata di sé, quella di una persona “spiritualmente evoluta”, mentre le emozioni ignorate continuano a muoversi nell’ombra, influenzando comportamenti e relazioni in modi sottili e spesso inconsapevoli.
È importante distinguere questo fenomeno da quello che Carl Jung definiva “funzione trascendente“. Per Jung, la vera trascendenza nasce dall’integrazione consapevole tra contenuti inconsci e contenuti consci: dalla capacità di sostenere la tensione tra opposti (ad esempio tra un’avversione conscia e un desiderio inconscio) fino alla nascita di un punto di equilibrio che apre a un livello superiore di consapevolezza.
Lo spiritual bypassing, al contrario, non integra nulla ma aggira. E così facendo, amplia il potere dell’inconscio sull’individuo, alimentando meccanismi di dissociazione, negazione e delusione.
Riconoscere lo spiritual bypassing
Riconoscere lo spiritual bypassing nella vita quotidiana è fondamentale per non caderne vittima. I segni sono molteplici e si nascondono dietro comportamenti apparentemente innocui o persino virtuosi:
L’evitamento sistematico della rabbia: in molti casi la rabbia viene demonizzata come emozione “bassa” o “non illuminata”. Ma la rabbia è un segnale vitale che ci avverte quando i nostri confini vengono violati o quando qualcosa non va bene. Reprimerla non la elimina: la trasforma in risentimento cronico, passivo-aggressività o esplosioni incontrollate.
Il mantra del “tutto succede per una ragione”: questa frase, ripetuta come un disco rotto di fronte a traumi e sofferenze, trasforma eventi dolorosi in presunte lezioni di vita. Il messaggio implicito è che il trauma debba essere giustificato, che ci sia sempre un lato positivo dietro ogni esperienza negativa. Questa prospettiva non solo invalida il dolore della persona, ma la carica anche della responsabilità di dare un senso a ciò che ha subito.
Il focus esclusivo sul positivo: “Good vibes only!” non è più solo uno slogan, ma diventa un imperativo. Tristezza, frustrazione o paura vengono etichettate come negative o pesanti. Questo atteggiamento, vicino alla positività tossica, genera situazioni in cui le emozioni devono essere censurate per non disturbare l’armonia di gruppo.
L’idealismo estremo e il distacco emotivo: chi ricorre allo spiritual bypassing tende a sviluppare visioni utopiche della realtà, accompagnate da un crescente distacco dalle emozioni proprie e altrui. Questo viene scambiato per distacco spirituale, ma è di fatto una forma di dissociazione che rende impossibile una vera intimità con sé stessi e con gli altri.
Il narcisismo spirituale: quando le pratiche spirituali diventano strumenti per costruire un’immagine grandiosa di sé come persona evoluta o illuminata, si entra nel territorio del narcisismo spirituale.
Quando lo spiritual bypassing invalida l’esperienza altrui
Forse l’aspetto più insidioso dello spiritual bypassing emerge quando viene usato per liquidare e invalidare le preoccupazioni degli altri, trasformandosi in un vero e proprio strumento di gaslighting. Questo accade soprattutto quando persone privilegiate invitano chi subisce discriminazioni, abusi o ingiustizie a essere gentile, paziente o a “mandare amore e luce” ai propri oppressori.
Giudicare gli altri per la loro rabbia è una delle forme più sottili di spiritual bypassing. Quando qualcuno esprime legittima indignazione di fronte a un’ingiustizia e si sente rispondere “Dovresti lavorare sulla tua rabbia” oppure “Con questa energia stai attirando negatività”, avviene un doppio danno: l’emozione viene invalidata e la responsabilità viene spostata dal problema alla presunta immaturità spirituale della vittima.
Le conseguenze a lungo termine
L’uso prolungato dello spiritual bypassing come strategia di vita genera conseguenze che, ironicamente, contraddicono del tutto gli obiettivi dichiarati di crescita, consapevolezza e benessere. La ricerca ha evidenziato diverse conseguenze ricorrenti:
Soffocare la crescita personale: invece di favorire un’evoluzione psicologica e spirituale, lo spiritual bypassing la blocca. Non si può crescere evitando parti di sé: è necessario il confronto, non la fuga.
Ansia e confusione emotiva: le emozioni represse non scompaiono ma si accumulano, creando uno stato di ansia diffusa e confusione rispetto ai propri sentimenti.
Codipendenza e problemi di controllo: lo spiritual bypassing spesso si accompagna a dinamiche relazionali disfunzionali, dove il bisogno di mantenere l’immagine di persona spirituale porta a negare i propri bisogni e a cercare di controllare le emozioni altrui.
Disinteresse per la responsabilità personale: paradossalmente, chi attribuisce tutto a forze superiori (“l’universo ha un piano”) finisce per deresponsabilizzarsi rispetto alle proprie scelte e azioni.
Un fenomeno influenzato dal contesto culturale
È importante riconoscere che lo spiritual bypassing non si manifesta allo stesso modo in tutte le culture. Ad esempio, uno studio condotto tra Honduras e Spagna ha messo in luce differenze significative: in Honduras, dove il 90% della popolazione attribuisce grande importanza alla religione, lo spiritual bypassing è più diffuso e si associa addirittura a un maggiore benessere spirituale e a un più forte supporto sociale percepito.
Nel campione honduregno (con un’affiliazione cristiana del 97,3% e una media di 2,3 pratiche religiose per persona) lo spiritual bypassing sembra funzionare come una strategia di coping culturalmente legittimata, in un contesto in cui la comunità religiosa offre supporto concreto e quotidiano. I fattori che meglio predicono la presenza di spiritual bypassing includono l’essere cristiano, la frequenza della chiesa o del tempio, il supporto sociale percepito e un minor numero di eventi stressanti.
Invece in Spagna, dove solo il 22% della popolazione considera la religione importante e l’affiliazione cristiana nel campione scende al 59,5%, lo spiritual bypassing è spiegato soprattutto dal numero di pratiche spirituali o religiose, dall’età e dallo studio di testi sacri. In un contesto più secolarizzato, dunque, non appare come un fenomeno comunitario, ma come una scelta individuale.
Questi dati ci fanno capire che lo spiritual bypassing non può essere valutato con criteri universali: ciò che in un contesto può configurarsi come un meccanismo di difesa disfunzionale, in un altro può rivelarsi una strategia adattiva, sostenuta da una fitta rete sociale e culturale.
Verso una vera spiritualità
Uscire dallo spiritual bypassing non significa rinunciare alla spiritualità, ma integrarla con un rapporto più onesto con il proprio mondo emotivo. Le emozioni difficili non vanno messe da parte, ma riconosciute per ciò che sono: segnali che aiutano a capire cosa sta accadendo dentro di noi. Rabbia, tristezza, paura e altre emozioni scomode possono indicare un bisogno trascurato, un confine violato o una situazione che richiede attenzione.
Accogliere queste emozioni, senza etichettarle, permette di ascoltare davvero il loro messaggio e di trasformarle in occasioni di consapevolezza. Questo significa anche essere disposti a guardare parti di sé meno facili da gestire, a volte con il supporto di un percorso terapeutico.
In Recovery for Life crediamo che una spiritualità solida possa convivere con il riconoscimento dei propri stati emotivi. Non si tratta di scegliere tra spiritualità ed emozioni, ma di evitare che una venga usata per nascondere le altre.
Da questo equilibrio può nascere un benessere più autentico, stabile e adeguato alla complessità della vita quotidiana.
Riferimenti bibliografici
- Maura Tousignant (2023) Transcendence and Its Shadow: A Depth Psychological Inquiry into Transcendence, the Transcendent Function, and Spiritual Bypassing, Psychological Perspectives, 66:4, 479-496, DOI: 10.1080/00332925.2023.2311547
- Motiño A, Saiz J,Sánchez-Iglesias I, Salazar M, Barsotti TJ, Goldsby TL, Chopra D and Mills PJ (2021) Cross-Cultural Analysis of Spiritual Bypass: A Comparison Between Spain and Honduras. Front. Psychol. 12:658739. doi: 10.3389/fpsyg.2021.658739
- https://www.psychologytoday.com/us/blog/the-empowerment-diary/201901/what-is-spiritual-bypassing
