“Il reato è come la pioggia.” Con questa metafora, Mauro Grimoldi – psicologo giuridico e consulente per la Corte d’Appello di Milano, i Tribunali di Monza e Piacenza, e il Tribunale per i Minorenni di Brescia – racconta una verità spesso trascurata dalle narrazioni mediatiche e dalle opinioni comuni sulla criminalità minorile. Come la pioggia che cade senza intenzione, anche il reato minorile spesso si consuma senza una reale consapevolezza da parte di chi lo commette. “Quando noi incontriamo il minore autore di reato, quello non sa assolutamente nulla del suo reato“, osserva Grimoldi. Di fronte alla domanda sul perché abbia agito in un certo modo, l’adolescente rimane spiazzato, incapace di offrire spiegazioni logiche o coerenti.
Questa difficoltà rappresenta un elemento centrale della psicologia dell’adolescente autore di reato. Ciò che manca è proprio la capacità di “mettere in parola” i conflitti interni, di simbolizzare le tensioni che abitano il suo mondo emotivo. Citando Jacques Lacan, Grimoldi ricorda che “là dove la parola si dimette, lì inizia il regno della violenza”. L’atto criminoso diventa così un sostituto del linguaggio, un modo per esprimere ciò che non può essere detto, pensato o elaborato.
Quando l’agire sostituisce il pensare
I minori autori di reato presentano spesso quello che Grimoldi definisce un “corto circuito rispetto all’area del simbolico”. In questi casi, la capacità di simbolizzazione risulta compromessa. E quando questo meccanismo viene meno, prende il sopravvento l’agito: l’azione impulsiva che sostituisce la riflessione e l’elaborazione.
In questo scenario, il comportamento deviante perde le sembianze della scelta lucida o premeditata, per assumere quelle di una “messa in scena” di un conflitto interiore che non trova via di espressione.
Non è il giovane a raccontarsi attraverso l’atto trasgressivo: paradossalmente è il reato stesso che parla al posto del soggetto che dovrebbe esprimersi ma non riesce a farlo. Si assiste così a un’inversione: non è l’adolescente che commette consapevolmente un reato, ma è il reato stesso che parla della crisi che l’adolescente sta attraversando.
La teatralità dell’atto criminoso: un grido d’aiuto mascherato
Questa interpretazione trova conferma nell’esperienza sul campo di Davide Cocco, pedagogista presso la comunità socio-rieducativa sperimentale Recovery for Life di Casteggio, dedicata a giovani autori di reato con disturbi psichici e problemi di dipendenza.
Cocco rileva frequentemente questa “teatralità dell’atto di reato”: molti adolescenti agiscono in modo plateale, imprudente, quasi come se volessero farsi scoprire. Un comportamento che, a uno sguardo superficiale, può sembrare inspiegabile, ma che in realtà veicola un messaggio implicito e drammatico: “per favore fermatemi perché sento di non esserne capace da solo.”
Questo impulso a farsi scoprire, che potremmo definire come una spinta inconscia all’auto-sabotaggio, rivela un aspetto spesso ignorato. Dietro la maschera dell’aggressività o della trasgressione si cela, in molti casi, una fragilità profonda: l’incapacità di gestire in modo autonomo i propri impulsi e le proprie tensioni emotive.
Attraverso il gesto deviante, il giovane lancia un messaggio che non riesce a formulare verbalmente: chiede che qualcuno lo fermi, lo limiti, lo aiuti a ritrovare un equilibrio. Il reato diventa così una richiesta di aiuto, un atto che denuncia il bisogno di un contenimento esterno dove manca la possibilità di autoregolazione.
L’intervento terapeutico: dalla comprensione alla trasformazione
Secondo Grimoldi, ogni intervento deve partire dalla comprensione profonda delle motivazioni che stanno alla base dell’azione deviante. Ignorare il significato del reato rischia di portare a interventi superficiali e inefficaci. Se il comportamento deviante è la manifestazione di un disagio che non trova espressione verbale, allora l’obiettivo dell’intervento deve essere quello di ripristinare la capacità di simbolizzazione, offrendo all’adolescente uno spazio in cui possa finalmente “mettere in parole” ciò che prima poteva solo “mettere in atto”.
La responsabilità degli adulti: creare spazi di parola
Se il reato minorile è il sintomo di un conflitto non simbolizzato, allora la responsabilità degli adulti e delle istituzioni non può esaurirsi nella punizione o nel semplice contenimento.
In questa prospettiva, l’approccio integrato adottato dalla comunità RFL, che coinvolge criminologi, antropologi, psicologi e altri professionisti, si configura come un modello di intervento più adeguato alla complessità del fenomeno. Non si tratta soltanto di contenere o punire, ma di creare spazi in cui il conflitto possa essere espresso attraverso il linguaggio, permettendo all’adolescente di sviluppare la capacità di elaborazione simbolica necessaria per sostituire l’agito con il pensiero, la violenza con il dialogo.
Il percorso che porta a comprendere un reato minorile come espressione di un disagio richiede tempo, pazienza e adulti capaci di andare oltre la semplice condanna del gesto. Servono professionisti che sappiano ascoltare e interpretare quel comportamento come un segnale, un modo confuso e disfunzionale con cui l’adolescente cerca di comunicare qualcosa che non riesce a dire a parole.
Solo attraverso questo lavoro di ascolto e decodifica è possibile dare un senso a ciò che inizialmente appare solo come un atto impulsivo o violento. Il gesto deviante, così, può diventare il punto di partenza per costruire un discorso e trasformare così la “pioggia” improvvisa del gesto deviante in un discorso comprensibile, restituendo alla parola il suo posto e al giovane la possibilità di una diversa narrazione di sé. Solo restituendo alla parola il suo primato sull’azione, possiamo offrire a questi giovani la possibilità di riscrivere la propria storia.