“Talvolta i ragazzi sono invisibili fino al momento dell’agito.” Con queste parole, la Dottoressa Giusi Sellito, referente della neuropsichiatria infantile penitenziaria presso l’istituto penale minorile Cesare Beccaria, coglie l’essenza di un fenomeno sempre più allarmante: quello dei minori autori di reato.
Il rapporto ESPAD®ITALIA 2023 conferma questa preoccupazione, evidenziando un inquietante aumento della violenza giovanile e un’evoluzione nel profilo di chi la perpetra. Se in passato il giovane deviante proveniva principalmente da contesti socio-economici svantaggiati, oggi assistiamo a una trasversalità che abbatte le barriere di classe sociale.
Questo cambiamento segnala un malessere giovanile diffuso e profondo, che non può essere affrontato se non attraverso un approccio che integri competenze diverse: psicologiche, educative, sociali e giuridiche.
Il minore autore di reato: un profilo in evoluzione
Fino a poco tempo fa, il profilo tipico del minore autore di reato seguiva caratteristiche ben definite: un ragazzo tra i 14 e i 17 anni, cresciuto in un contesto familiare economicamente svantaggiato, segnato da dinamiche relazionali problematiche e da un percorso scolastico accidentato. Sul piano psicologico, emergevano tratti ricorrenti: scarso controllo degli impulsi, limitata capacità empatica, bassa autostima e disturbi del comportamento già evidenti.
Questo identikit sta però cambiando. L’uso precoce di sostanze stupefacenti emerge come fattore fortemente correlato all’inserimento in network criminali, con percentuali che oscillano tra il 50 e il 70%. Ancora più preoccupante appare la diffusione dell’uso improprio di psicofarmaci tra i giovani in stato di detenzione, con una prevalenza più che doppia rispetto ai coetanei nella popolazione generale.
“Ogni reato è la messa in scena di una vicenda interiore, un «dramma» che l’adolescente agisce con il mondo degli adulti e presenta agli adulti”, spiega il Dottor Franco Martelli, psichiatra e criminologo clinico. Questa chiave di lettura ci invita a guardare oltre il comportamento criminale per cogliere il disagio evolutivo che lo sottende. In questa prospettiva, il reato non è solo un atto da punire, ma la manifestazione tangibile di un malessere che non ha trovato altre vie di espressione.
La sottile linea dell’imputabilità
Il Tribunale per i Minorenni riconosce la specificità del minore unendo cultura giuridica e psicologica. Come recita l’articolo 98 del Codice Penale: è imputabile chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, aveva compiuto i quattordici anni, ma non ancora i diciotto, se aveva capacità di intendere e di volere; ma la pena è diminuita.
La valutazione dell’imputabilità si concentra sulla capacità di intendere (comprendere il significato e le conseguenze delle proprie azioni) e di volere (libertà psichica di autodeterminarsi) al momento del reato. L’immaturità, insieme all’infermità mentale, può escludere o diminuire grandemente questa capacità.
Ma come valutare la maturità di un adolescente? Come osserva lo psichiatra forense Ugo Fornari: “Mancano sicuri indicatori sui quali il tecnico si possa fondare obiettivamente per formulare siffatto giudizio”. La valutazione peritale deve considerare molteplici aspetti: biologici, intellettivi, relazionali, emotivi, identitari, contestuali.
A complicare il quadro, la valutazione clinico-peritale differisce profondamente da quella clinica tradizionale: non è volontaria, si concentra sulla responsabilità e non garantisce il segreto professionale, configurandosi come una relazione di valutazione e non di aiuto.
La valutazione dell’imputabilità è solo il primo passo di un percorso complesso che, una volta stabilita la responsabilità giuridica del minore, deve orientarsi verso l’intervento riabilitativo. Il sistema della giustizia minorile italiano, infatti, non si limita a determinare la capacità di intendere e volere del giovane autore di reato, ma si preoccupa soprattutto di delineare un progetto educativo capace di prevenire la recidiva e favorire la maturazione della personalità.
Costruire ponti tra giustizia e cura
Le pene […] devono tendere alla rieducazione del condannato, afferma l’articolo 27 della Costituzione. Ed è proprio da questo principio che occorre ripartire per ripensare le strategie di intervento: non innalzare barriere sempre più alte, ma costruire solidi ponti tra giustizia e cura, tra punizione e riabilitazione, tra chi ha sbagliato e una comunità in grado di accogliere e accompagnare.
È questo lo spirito che ha dato vita alla Residenza Recovery for Life di Casteggio, la prima comunità socio-sanitaria ad alta integrazione in Italia dedicata a minori e giovani adulti con disagio psichico o disturbi legati all’uso di sostanze, presi in carico dai servizi sanitari e dalla giustizia minorile.
Con una capienza di 9 posti, la struttura offre attività assistenziale continuativa avvalendosi di un’équipe che include psichiatri, neuropsichiatri infantili, psicoterapeuti, educatori, tecnici della riabilitazione, infermieri, assistenti sociali. Le aree di trattamento spaziano da quella psicologica-neuropsichiatrica a quella educativa-riabilitativa, con collaborazioni specialistiche che includono antropologi per la ricostruzione delle storie di vita e criminologi per l’analisi dell’agito deviante.
Gli obiettivi di questi percorsi riabilitativi si articolano su diversi livelli: prevenire la cronicizzazione dei disturbi psicopatologici, accompagnare i giovani in percorsi di trasformazione personale e facilitare il loro reinserimento sociale. Particolare attenzione viene dedicata allo sviluppo delle competenze relazionali e alla progressiva riduzione dei comportamenti problematici. Un elemento cruciale è rappresentato dal sostegno al reinserimento in ambito scolastico, lavorativo o in contesti socializzanti che promuovano il rispetto della legalità.
Tutto ciò si fonda su una convinzione profonda: anche i percorsi più complessi possono essere riscritti, se si ha il coraggio e la fiducia nelle potenzialità di cambiamento dei giovani.
Minori autori di reato: un’emergenza in cerca di risposte
Paradossalmente, mentre cresce il disagio tra i giovani, l’offerta di servizi sanitari a loro dedicati resta inadeguata: pochi posti letto, reti di assistenza frammentate, interventi ancora troppo sporadici. Inoltre, la diagnosi preventiva delle patologie che si presentano nei ragazzi è la chiave per contenere le gravi conseguenze che ne derivano, eppure gli interventi precoci restano insufficienti.
Il problema dei minori autori di reato non può essere ridotto a una semplice questione giudiziaria o sanitaria: è una sfida collettiva, che interpella l’intera società. Affrontarla significa investire su più fronti: potenziare i servizi dedicati, promuovere la diagnosi precoce, formare in modo specialistico gli operatori.
Ma soprattutto, è necessario un cambio di sguardo: andare oltre il reato e riconoscere in esso un grido d’aiuto. Perché dietro ogni comportamento deviante c’è un adolescente che aspetta di essere visto, ascoltato, compreso.