Il disagio giovanile secondo Miguel Benasayag
Benasayag, può diventare una misura del nostro modo di stare al mondo. Rispondere “troppo bene”, osserva il filosofo e neuroscienziato argentino, rischia di tradire una forma di cecità verso il dolore che ci circonda. Rispondere “troppo male”, al contrario, significa che quel dolore ha già vinto. La via di mezzo, quella che vale la pena cercare, è il “bene, malgrado tutto”. È in quel malgrado che prende forma uno spazio di resistenza.
È con questa premessa che Benasayag ha aperto il suo intervento all’ultimo seminario della RFL Academy, in un incontro dedicato al disagio giovanile e alle trasformazioni dell’esistente. Un’ora di riflessioni (visibile qui) che attraversano filosofia, clinica, politica e antropologia senza perdere di vista una domanda centrale: in un mondo che chiede alle persone di funzionare, cosa significa esistere?
Dalla promessa del futuro a un presente caotico
Per decenni la cultura occidentale si è fondata attorno all’idea di progresso. Il futuro era una promessa: i sacrifici avrebbero avuto una ricompensa e il mondo sarebbe migliorato. Quella certezza si è dissolta rapidamente, lasciando dietro di sé una sensazione diffusa di smarrimento. Siamo passati, osserva Benasayag, da un futuro che avrebbe risolto tutto a un futuro percepito come minaccia, fino a un presente che appare spesso indecifrabile.
Il disagio contemporaneo non nasce più soltanto dall’ansia per ciò che verrà, ma è il quotidiano scontro con una realtà caotica e instabile. In questo caos qualcosa ha preso il posto del senso: il funzionamento.
Bisogna funzionare. Essere efficienti, adattabili, performanti. Il funzionamento – sostiene Benasayag – permette di convivere con un nichilismo di fondo, una sorta di anestetico collettivo che consente di andare avanti senza interrogarsi sulla direzione.
«Il vuoto di senso è stato riempito con il funzionare. Funzionare bene diventa il modo per coabitare con il nulla»
I giovani che rifiutano di tradirsi
Quando si osservano i giovani che si ritirano dalla vita sociale, che commettono reati, o che rifiutano qualsiasi percorso riconoscibile, la domanda più immediata riguarda l’integrazione. Come integrarli? Ma integrarli dove? In quale società?
Sono proprio queste le domande che Benasayag si pone e ci pone.
La società stessa, sostiene, sta attraversando un processo di disintegrazione. Le gerarchie tradizionali si sono indebolite, i modelli di riferimento sono stati destabilizzati dall’ecosistema digitale, il senso condiviso si è rarefatto. Pensare alla devianza giovanile come al fallimento di singoli individui incapaci di adattarsi a una norma stabile significa partire da un presupposto sbagliato perché quella norma non c’è più.
Ciò che Benasayag riconosce nei giovani trasgressivi – ma anche in chi si ritira o rifiuta ogni forma di partecipazione – non è semplicemente patologia. È spesso un messaggio implicito, talvolta inconsapevole: non voglio tradirmi per funzionare.
In un sistema che misura continuamente il valore delle persone in termini di utilità e prestazione, qualcuno finisce inevitabilmente ai margini. In questo senso la trasgressione è uno dei modi in cui l’esclusione prodotta dal sistema diventa visibile.
Non un guasto da riparare
Uno dei passaggi più provocatori dell’intervento riguarda il modo in cui siamo abituati a guardare le cose difficili. L’Occidente ha sviluppato un pensiero che vede tutto come un problema meccanico: c’è un guasto, bisogna ripararlo.
Questa logica problema-soluzione è comoda, ma spesso distorce la realtà.
L’immigrazione non è un problema: è una realtà antropologica e climatica che va compresa. Il disagio psichico non è un problema: è un modo in cui la vita resiste a condizioni invivibili. La delinquenza giovanile non è un problema: è il riflesso di una disintegrazione sociale che riguarda tutti. Trattarla come un guasto da riparare significa perdere di vista la complessità e cercare soluzioni che, nel migliore dei casi, spostano il disagio senza trasformarlo.
«Prima di aiutare qualcuno, dobbiamo chiederci: aiutarlo a fare cosa? Verso quale norma? In quale direzione?»
Per chi lavora nella clinica, nell’educazione, nel sociale, questa è una sfida enorme. Significa rinunciare alla sicurezza di sapere in anticipo cosa sia bene per l’altro. Abitare l’incertezza, riconoscere i propri limiti, accettare una forma di umiltà poco compatibile con un mondo che pretende risposte rapide e misurabili.
Sforzo e desiderio
Una delle fratture più profonde prodotte dal capitalismo riguarda la separazione tra sforzo e desiderio. Il desiderio viene ridotto all’immediatezza del consumo: voglio, ottengo. Lo sforzo diventa qualcosa da evitare o, al massimo, un investimento da calcolare secondo costi e benefici. Quanto mi costa? Quanto rende?
Applicata all’esistenza, questa logica produce un effetto distorcente. Non solo perché rende tutto strumentale, ma perché distrugge il piacere del percorso. L’obiettivo diventa l’unica cosa che conta, e tutto ciò che sta nel mezzo – la fatica, l’incertezza, la scoperta – diventa un ostacolo da superare il prima possibile.
La proposta alternativa nasce da un’altra tradizione filosofica, incontrata da Benasayag durante anni di militanza e ricerca in America Latina: quella dello star siendo, dell’essere-facendo. Non esiste un’identità finale nascosta dietro alle esperienze. Siamo il nostro divenire, con tutta la fragilità che comporta. L’obiettivo è un dettaglio; il percorso è tutto.
Forse è proprio qui che si nasconde la sfida più difficile: non trovare risposte più efficienti, ma imparare a stare dentro le domande senza fretta di risolverle. In un campo come quello della cura e dell’educazione, dove la pressione a risolvere è costante, ricordarsi che curare significa accompagnare chi vive il disagio a trovare il proprio modo di stare al mondo. Lo star siendo è un invito a prendere sul serio il percorso, la fatica, l’imperfezione. E per chi lavora ogni giorno accanto a persone in difficoltà, significa soprattutto questo: prima di sapere dove accompagnare qualcuno, vale la pena chiedersi insieme dove vuole andare.
